“Pugno nel metrò”, non poteva andare diversamente

Da qualche giorno giornali e telegiornali riportano la notizia di Maricica Hahaianu, l’infermiera 32enne aggredita in una stazione della metropolitana  di Roma e rimasta a terra nell’indifferenza generale.

Le reazioni del mondo mediatico e politico sono ovviamente state durissime, specialmente contro i passanti che hanno continuato a pensare agli affari propri invece che fermarsi ad aiutare. Il sindaco Alemanno è pronto a denunciare chi non è intervenuto, il Codacons ha depositato una denuncia contro ignoti.

Il fatto è certamente gravissimo e merita l’attenzione del grande pubblico, specialmente per farci riflettere sul funzionamento “nascosto” della nostra società.
Tuttavia, non me la sento di condannare i passanti che non si sono fermati ad aiutare. Sono infatti convinto che quanto è accaduto è normale, e non poteva essere evitato.

Vediamo perché.

Ecco un estratto delle immagini riprese dalla telecamera di sorveglianza:

Fasi dell'aggressione alla metropolitana di Roma

La vittima e l’aggressore camminano fianco a fianco (1), cominciano a litigare (2, 3) e ad un certo punto l’uomo colpisce la donna(4), che cade per terra(5).

La cosa importante da sottolineare è che il momento dell’aggressione è avvenuto sotto i soli occhi della telecamera: come possiamo vedere dall’immagine 4, al momento del colpo al viso, la stazione è semideserta.
Se la stessa scena avesse avuto luogo affollato, è difficile immaginare che nessuno sarebbe intervenuto ad aiutare Maricica.

Ora, lo sconcerto dei media è tutto nel momento compreso tra le immagini 5 e 6, quando la donna a terra viene tranquillamente ignorata dai passeggeri della metro.

Daniel Goleman (psicologo e giornalista americano) nel suo ottimo libro “Menzogna, autoinganno, illusione” (BOL) ci aiuta a capire perché il comportamento dei passanti non è crudele ma normale.
Ci racconta in particolare di un esperimento (questo) effettuato dal sociologo John M. Darley al Seminario Teologico di Princeton qualche anno fa:

Ad un gruppo di studenti di teologia al Seminario Teologico di Princeton fu assegnato un tema, un sermone da mettere in pratica.  Metà degli studenti ebbero, come tema, la parabola del Buon Samaritano: colui che si fermò per aiutare lo sconosciuto bisognoso sul ciglio della strada. Agli altri furono invece dati temi a caso tratti dalla Bibbia. Poi, uno alla volta, fu detto loro di andare in un altro edificio a predicare i loro sermoni. Nell’andare dal primo edificio al secondo, ognuno di loro passò di fianco ad un uomo piegato in due, che gemeva, ed era chiaramente in difficoltà. La domanda è: Si sono fermati ad aiutare?

E soprattutto: fece qualche differenza il fatto che contemplassero la parabola del Buon Samaritano? Risposta: No, per niente. Saltò fuori che a determinare se qualcuno si sarebbe fermato ad aiutare uno sconosciuto in difficoltà era quanto si sentisse di fretta, quanto pensasse di essere in ritardo, o se era assorto nel discorso da tenere.

Quindi, se in un gruppo di studenti di teologia, che si preparavano a tenere un sermone sulla parabola del Buon Samaritano, nessuno o quasi si è fermato ad aiutare uno sconosciuto, cosa possiamo mai pretendere dalla normale gente di tutti i giorni che prende la metro?

Invece delle critiche contro i passanti, quello che dobbiamo portare a casa da questa triste notizia è forse più un esame di coscienza collettivo, che ci porti a capire quali sono le cose per noi veramente importanti.

Nello specifico, è più importante arrivare in orario in ufficio o salvare una vita umana? Sembra una domanda stupida, ma ce la dobbiamo fare.

Per concludere, vi lascio con un discorso di Daniel Goleman proprio su questo argomento tenuto al TED nel 2007 (non preoccupatevi, è sottotitolato anche in italiano 🙂 )