Milioni

Chi per lavoro è costretto a spostarsi verso una grande città utilizzando i mezzi pubblici ha la possibilità di sperimentare giornalmente quella sensazione scomoda, spaventosa e mentalmente faticosa che è tipica del “bagno nella folla”. All’improvviso ti trovi in mezzo a migliaia di persone, uno sciame impazzito di storie, esperienze, odori, colori, sensazioni.

E mentre la tua mente comincia ad abituarsi alla folla, ti soffermi con lo sguardo, curioso di sapere chi sono questi “colleghi pendolari”. E quasi sempre ti accorgi che si tratta di persone normalissime, non molto diverse da qualche tuo amico, da tua madre, da tuo fratello, da te stesso.

Le prime volte può essere una sensazione stravolgente, all’improvviso ti senti insignificante, omologato come sei alla massa di sconosciuti. Ma se osservata dal giusto punto di vista, questa diventa un’esperienza fondamentale: ci possiamo accorgere che, in fondo, non esistono persone veramente insostituibili. Tra i milioni di persone che popolano la metropoli, davvero non c’è nessuno che ti può far ridere come il tuo amico Mario o arrabbiare come il tuo capo o farti innamorare come la tua ragazza? Le probabilità sembrerebbero proprio dire do no.

Con questo non voglio certo dire che le tue relazioni sono senza valore, anzi. Ma è sempre utile ricordare che hai sempre la possibilità di creare nuove relazioni con con altri tra i milioni di persone che vivono intorno a te, e per questo non è giusto e non devi accettare un trattamento che non ti piace da chi ti sta vicino.

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“E’ bellissima”

Ah, essere l’unico single in una compagnia di amici fidanzati.

L’altra sera esco con una coppia di amici, li chiameremo Paolo e Francesca.

“Dai, vieni con noi alla festa della birra, che ci divertiamo” mi dice lui al telefono. “E poi ci sono in giro anche le colleghe della Fra (che fa l’infermiera, ndr.)”

Detto fatto, in tempo zero sono lavato, sbarbato, vestito e pronto a giocare una bella partita con quelche sexy-infermierina.

Arriviamo alla festa, ci sediamo ad un tavolo a caso e cominciamo a chiacchierare del più e del meno tra un boccale di birra e un panino con la salamella, mentre sul palco il gruppo comincia a suonare vari gloriosi classici del rock: Pink Floyd, Deep Purple, Hendrix.

Inevitabilmente, la conversazione arriva al punto saliente: “Fra, ma quando arrivano le tue amiche?” chiedo. “Appena staccano dal lavoro ci raggiungono” mi fa lei, e poi aggiuge: “E c’è anche la Giulia, la mia collega preferita. E anche lei è single! E poi vedrai, è bellissima. Ha un viso dolcissimo e un carattere stupendo. Certo è un po’ sovrappeso, ma è proprio bellissima. Sicuramente la più bella del reparto!!”

Ora, io ho un paio teorie a proposito delle amiche delle ragazze degli amici, che tristemente non smettono mai di verificarsi corrette.

Punto 1, la fidanzata dell’amico ha questo tipo di rapporti di amicizia, dal più probabile al meno probabile:

  • Non ha amiche
  • Non ha amiche single
  • Non ha amiche single fighe
  • Ha amiche single, anche fighe, ma non lo saprai mai perché non te le farà mai conoscere. Nel caso improbabile che te le faccia conoscere si sentirà in dovere di informarti che quelle fighe sono proprio delle stronze, delle zoccole e trattano male tutti i ragazzi ed è meglio perderle che trovarle.

Punto 2, quando una ragazza (qualsiasi) parlandoti di una sua amica ti dice che è bellissima, simpaticissima e bravissima, al 99.9998% sta per presentarti un cesso inenarrabile.

A questo punto, dopo avere sentito cantare le lodi della bellissima Giulia per un buon quarto d’ora, penso bene di andare a procurarmi un’altra birra per avere almeno un conforto alcolico a cui aggrapparmi durante l’imminente catastrofe.

E come volevasi dimostrare, nel giro di dieci minuti viene avvistata una balena bianca all’orizzonte. E chi può essere se non la bellissima Giulia?

Una sosia di Giulia

Si, tranne l’intimo leopardato era proprio uguale.

Grazie di esistere, amata birra. Tu che sei delizioso nettare degli Dei. Tu che mi aiuti nei momenti più difficili.

A parte gli scherzi, il peggio non è stato certo conoscere la povera infermiera sovrappeso. Ci mancherebbe, nonostante il mio interesse fosse pari a zero abbiamo comunque trascorso una bella serata scherzando e ridendo in compagnia. Sono una persona a modo, io 🙂

Il peggio, dicevo, è stato a fine serata, quando dopo avere salutato la balena Giulia, Paolo e Francesca hanno voluto soddisfare la propria curiosità:

“Allora, ti piace la Giulia?” mi chiedono all’unisono.

“No.”

“Ma come no? E’ bellissima! Ha un viso stupendo! E’ in cerca di un uomo! Come fa a non piacerti???”

“Guarda, se dimagrisse di 20-30 chili magari sarebbe veramente carina. Ma così com’è, proprio non ci siamo. E poi ha 34 anni… se non è dimagrita fino ad oggi, mi sa che ci sono poche speranze.”

Inutile dire che sono stato processato per direttissima dal tribunale della gente perbene e che sono stato giudicato colpevole di stronzaggine e superficialità.

Dovrei accontentarmi, mi dicono. Magari è grassa solo perché è sola e una volta fidanzata dimagrirebbe.  E poi è così dolce e brava. Certo è un po’ sovrappeso. Certo è più vecchia di te. Ma sei perfetto tu?

Fosse stata la prima volte che mi trovavo in una situazione del genere, avrei speso un sacco di tempo provando a spiegare che chi si accontenta non gode. Che una persona così sovrappeso ha dei problemi gravi anche a livello psicologico oltre che fisico. Che è naturale che gli uomini diano più importanza all’aspetto fisico. Che solo la settimana prima mi avevano visto assieme ad una gran bella figa.

Ma sono stanco di ripetere sempre le stesse cose a chi non mi vuole ascoltare perché ha ragione. Mi sono limitato a rispondere con un “Beh, a me non piace, punto.”. E grazie a Dio poi abbiamo cambiato argomento.

Sto diventando adrenalina-dipendente

Questo weekend ne ho combinata un’altra delle mie.

Per chi non lo sapesse, c’era il salone del mobile a Milano. E il bello di questa manifestazione non si trova certo negli stand della fiera. E’ in centro, in zona Brera o Tortona, dove dall’ora dell’aperitivo fino a notte inoltrata le strade si trasformano in un fantastico fiume umano. Si beve, si mangia, si chiacchiera e si conosce gente mentre esplori uffici e negozi trasformati in gallerie di arte moderna.

Quindi perché no, venerdì sera decido di portarci la mia bella. Ora, sono anni che ho rinunciato alla follia di cercare percheggio in centro, quindi cosa fa nostro provincialotto? Va a parcheggiare a Lampugnano e prende la metropolitana. Unico dettaglio: La metro chiude all’una di notte. E i nostri ovviamente riescono a  districarsi dal groviglio umano e raggiungere l’ingresso della metro appena dopo la partenza dell’ultimo treno…. va beh, prendiamo un taxi per il parcheggio.. tanto mica chiude di notte? E’ tutto automatico! E invece anche il parcheggio chiude all’una.

E adesso sei a Milano e devi aspettare le 6 per riscattare la macchina. E gli alberghi, dal 5 stelle che tanto non ti puoi permettere all’ostello di periferia sono tutti pieni. E il taxi per tornare a casa costerebbe 140 euro! E ovviamente non conosci nessuno che ti possa ospitare. E intanto sono le 2 di notte e i bar stanno chiudendo…

Ci sono alcune situazioni che ti mettono direttamente al confronto con le tue paure e insicurezze, siano queste più o meno giustificate. Questa era una di quelle situazioni.

Ero lì, che sudavo freddo e pensavo il mio solito oddioeadessocheccazzofaccio e nel frattempo rassicuravo la ragazza (e anche un po’ me stesso) che sarebbe andato tutto bene. Senza fare trasparire una goccia di ansia, ovviamente, perché l’Uomo deve comportarsi da tale.

E alla fine, vaffanculo, è andato veramente tutto bene. Il direttore di un ostello ha acconsentito ad ospitarci per la notte (in sala mensa, perché ovviamente tutti i letti erano occupati). E alle 6:30, ancora stanchi e assonnati, ma terribilmente sollevati, eravamo in autostrada in direzione casa.

La cosa che mi colpisce è che adesso, pensando a venerdì notte, sono quasi contento che sia successo quello che è successo. Quella sensazione, la gelida scossa di adrenalina che mi percorreva la schiena una volta realizzato che eravamo abbandonati a noi stessi, seguita dal sospiro di sollievo quando le cose hanno iniziato a riaggiustarsi… Sono questi i momenti in cui ti senti veramente vivo. Sono sensazioni che danno dipendenza.

E adesso mi trovo a fantasticare su quali altre situazioni spaventose o ansiogene posso sperimentare per mettermi alla prova. E dimostrare a me stesso che non mi manca niente, e ho la capacità di affrontare tutto. E improvvisamente, l’idea di approcciare una ragazza per strada o in un locale e fare una figuraccia o venire rifiutato sembra molto più divertente di una volta.

Siamo automi, siamo Dei

Il cane di Pavlov, illustrazione

Ultimamente mi viene spesso da pensare al famoso esperimento del cane di Pavlov. Per chi non sapesse di cosa si tratta,  riassumo brevissimamente:

Ivan Pavlov, un importante scienziato russo, stava studiando la regolazione delle ghiandole digestive. In particolare, era interessato al fenomeno della “secrezione psichica”: notò infatti che mostrando il cibo ad un animale, questo cominciava a salivare e che non appena lo stimolo visivo venisse tolto smetteva.

In un esperimento successivo che divenne poi celebre come “Il cane di Pavlov”, lo scienziato cominciò a suonare un campanello prima di dare il cibo al proprio cane. All’inizio, la salivazione dell’animale si verificava solo al momento della presentazione del cibo, ma dopo qualche tempo il cane cominciava a salivare non appena sentisse suonare il campanello.

Il cane quindi era stato condizionato a rispondere con una reazione fisica (salivare) ad uno stimolo esterno non direttamente collegato al cibo (il suono del campanello).

Questo importantissimo esperimento è valso a Pavlov il Nobel nel 1904.

Le conclusioni che possiamo trarre da questo esperimento sono abbastanza evidenti, ma permettetemi il ruolo di capitan-ovvio:  il condizionamento non è limitato solo agli animali, anzi. Come esseri umani abbiamo il più sofisticato sistema di condizionamento presente in natura.

Questo sistema è talmente integrato nella nostra realtà che nemmeno ci accorgiamo della sua presenza e dei suoi effetti.

Esattamente come il cane di Pavlov viene addestrato a salivare al solo sentire il tintinnio della campanella, anche noi abbiamo imparato fin dai primi anni della nostra vita ad associare cause a risposte secondo quanto dettato dai modelli della nostra società. Abbiamo imparato che in alcune situazioni dobbiamo arrabbiarci, in altre sentirci frustrati, preoccuparci oppure ancora sentirci bene ed essere felici, ecc…

Un’intera branca della psicologia moderna sostiene che i nostri comportamenti non sono nient’altro che le risposte che abbiamo imparato a dare ai vari stimoli esterni. I comportamentalisti accaniti sostengono che la nostra vita è una infinita serie di stimoli e reazioni, fino al giorno della morte. In pratica siamo degli automi, completamente prevedibili a patto di conoscere quali associazioni abbiamo nella nostra mente. In questa visione, il libero arbitrio è ridotto ad una pia illusione.

Personalmente credo che questa lettura del comportamento umano sia un po’ troppo semplicistica. Credo che il libero arbitrio sia proprio la caratteristica che ci definisce dagli animali. Ma – e qui viene il bello – credo che sia un diritto che esercitiamo molto raramente.

Credo che viviamo la maggior parte delle nostre ore di veglia con il “pilota automatico” acceso.  Non che questo sia necessariamente una brutta cosa: sarebbe estenuante valutare consciamente ogni piccola decisione della nostra giornata. E sarebbe ancora più estenuante monitorare ogni nostra sensazione o sentimento alla ricerca delle motivazioni nascoste per cui ci sentiamo annoiati o di buon umore. E c’è anche da dire che molto del condizionamento che abbiamo imparato è perfettamente valido e utile. (Ad esempio, siamo condizionati ad essere un po’ ansiosi prima di attraversare la strada se sentiamo il rombo di un’auto in lontananza. Questo ci permette di fermarci e controllare se sta effettivamente arrivando una macchina, potenzialmente salvandoci la vita!)

Attenzione però, perché il pilota automatico è perfettamente in grado di guidare per anni senza ricevere alcun intervento. E così ci ritroviamo un bel giorno in ufficio e scopriamo che sono già 10 anni che stiamo tutti i giorni in un posto che non ci piace a fare un lavoro che odiamo in modo da poterci permettere roba che non ci serve. E in quel singolo momento di illuminazione, finalmente ci chiediamo “Perché?” e sentiamo un nodo stringersi allo stomaco.

Ed è a quel punto che ci si presentano due scelte.

La prima è anche la più facile: tornare al comodo posto di passeggero e lasciare che il pilota automatico continui a guidare. “Certo” ci diciamo, “la mia vita non sarà perfetta, ma che ci posso fare? E poi tutti fanno come me. E devo finire di pagare il mutuo e alle 20 c’è chi vuole essere milionario su canale 5. Magari ci ripenso quando ho un po’ più di tempo.” E andremo avanti a vivere senza troppi pensieri e ogni tanto sentiremo più forte quel morso allo stomaco (che lui sì, è sempre lì) e allora ci concederemo una nuova TV o una nuova auto nella speranza di placare quel senso di vuoto.

Ma esiste sempre un’alternativa. Possiamo per una volta saltare al posto di guida, prenderci le nostre responsabilità e cominciare a decidere coscientemente che cosa fare della nostra vita. Sarà difficile e faticoso, ma possiamo affrontare di petto anni di programmazione inefficiente inflitta al nostro cervello e decidere quali saranno le nostre nuove reazioni agli stimoli che ci arrivano di giorno in giorno. Una delle cose migliori che possiamo fare, ad esempio, è decidere di essere felici sempre, e non in risposta a questo o quel successo.

Perché in fondo come esseri umani abbiamo la capacità di scegliere, di sognare, di ragionare. Ed è un peccato non usarla.

Perché non sono religioso

Non sono una persona religiosa. Certo, sono stato cresciuto in una famiglia cattolica e sono andato all’oratorio come tutti gli altri ragazzini. Sono stato battezzato, ho fatto la comunione e la cresima. Magari un giorno mi sposerò in chiesa, se sarà importante per la mia compagna.

La verità è che non condivido molto di quanto viene professato in Chiesa.

Il punto principale che mi trova in disaccordo è la Colpa. Per la religione cattolica, perfino un neonato è peccatore, finché non viene assolto del peccato originale con il battesimo. E per tutta la vita di questa persona, egli si dovrà sempre sentire in colpa per avere commesso questo o quel peccato, per avere desiderato qualcosa o qualcuno. E dovrà chiedere perdono di ognuna di queste misfatte a Dio, nel confessionale. E una volta confessato, un paternoster e quattro ave maria e presto! sei lindo e pulito come nel giorno del battesimo.

Un’altra cosa è la preghiera. Cosa significa pregare? Per il dizionario italiano, “rivolgersi col pensiero alla divinità, specialmente per chiedere grazie”. In pratica, ci rivolgiamo al Creatore per chiedere il Suo intervento in questa o quella situazione, perché aiuti noi stessi o altri. Spesso condendo il tutto con antiche poesie delle quali non capiamo nemmeno bene il significato.

Ecco, il mio problema con entrambi questi punti è che accettare questo modo di pensare significa anche decidere di delegare la responsabilità delle proprie azioni e della propria vita in mani altrui, siano queste quelle di Dio o quelle di uno dei suoi portavoce.

Io invece la penso diversamente. Credo che ognuno sia responsabile di tenere in mano il timone della propria nave e dirigerla lungo il percorso che ha scelto. Credo che il destino non esista. Credo che la persona che sono oggi è la somma di tutte le decisioni che ho preso o non ho preso nel passato. Credo che posso cambiare me stesso e la mia vita prendendo nuove decisioni. E credo che prendere queste decisioni è non solo un diritto ma un dovere. Che sono io l’unica persona responsabile del mio futuro.

Perché anche se tutti abbiamo persone che ci vogliono bene e che ci possono offrire mille consigli, in fondo solo noi possiamo sapere che cosa vogliamo veramente dalla vita. E spesso sbaglieremo e ci diranno “Te l’avevo detto!”, ma in compenso avremo imparato qualche importante lezione di vita!

Non so se Dio esiste veramente o se è solo un personaggio inventato dall’uomo per sentirsi un po’ meno solo. Se esiste, sono sicuro che non si offenderà se non gli chiedo aiuto o perdono. Magari invece sarà fiero di me, come lo è un padre quando realizza che suo figlio è diventato un adulto che ha preso in mano la propria vita.

Oh, e un’ultima cosa: non credo che il mio punto di vista sia “moralmente superiore” o più corretto rispetto a quello di un religioso convinto. Semplicemente, è quello che funziona meglio per me.

La società del sesso

Viviamo in una società ossessionata dal sesso. Ecco un argomento che è sempre sulla bocca di tutti, a dai pochi che lo condannano ai moltissimi che lo desiderano.

Sesso, sesso, sesso. Ascoltate una conversazione tra miei coetanei (25-30) e sembra che lo scopo della vita sia fare sesso con il maggior numero di persone per il maggior numero di volte possibile. E ovviamente bisogna farlo non solo bene, ma in modo “professionale”, quasi si fosse ai provini di qualche film porno.

E poi invece ti capita di avere una storia di (quasi) solo sesso con una ragazza stupenda. E diventi l’idolo dei tuoi amici. Improvvisamente sei quello che ce l’ha fatta, quello che “tu si che vai bene”, quello che “vorrei essere io al tuo posto”.

E senti che dovresti essere al settimo cielo. Dovresti sentirti un dio. Perchè in fondo sei un uomo, e si sa che per i maschietti il sesso senza conseguenze è il top.

E invece ti senti uno schifo, mentre te ne torni a casa alle 4 di notte di un giorno qualsiasi dopo una serata di passione. Perchè sì, il sesso è bello, divertente, stimolante… ma tu vuoi di più. Vuoi sentire il cuore battere a mille per lei. Vorresti tanto credere di essere il suo primo pensiero la mattina e l’ultimo la sera. Vorresti davvero non pensare di essere semplicemente il corpo caldo più vicino al suo letto.

Perchè in fondo credi che il sesso sia solo una frazione dell’intero, una rotella dell’ingranaggio e non il fine ultimo della tua vita.  Che ci sono cose più importanti, come ad esempio *gasp* i sentimenti.

Ma forse sono strano io. Forse sono solo un rammollito sentimentale. Forse sono stato rovinato da anni di lavaggio del cervello da parte di commedie romantiche e canzoni sdolcinate. Ma che ci posso fare… oggi mi va così.

Magari tra qualche tempo leggerò questo post e me ne vergognerò. Per ora mi viene solo in mente il detto:

Attento a ciò che chiedi. Potresti riceverlo.

Botta e risposta

Lei – Guarda che sono una ragazza indipendente io!
Io – Certo, ci mancherebbe. Infatti puoi dire di si in modo totalmente indipendente.

Lei (esagerando)– Sono grassa…
Io (pizzico sui fianchi) – Si, guarda tutta questa ciccia! Sei fortunata che mi piacciono le ciccione!

Lei – Cucini tu?
Io – Mi usi solo per cibo e sesso… Il sesso è gratis, ma se io cucino tu lavi i piatti!

Adoro il nuovo me 😉

Chi ti sta consigliando?

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foto: Intimate domo by Armand Agasi

L’abbiamo sentita tutti quella voce nelle nostre teste. Quella voce che ci parla attraverso un morso allo stomaco, ed una sensazione di ansia o addirittura paura.

E’ la voce della nostra insicurezza. Imparare a riconoscerla è fondamentale. Ecco le frasi tipiche che ci sussurra alle orecchie:

Lascia perdere. Non ce la puoi fare, non vale nemmeno la pena di provare.

Non sei abbastanza [simpatico/bello/intelligente/interessante/…]

Cosa penseranno gli altri?

E’ al di fuori della tua portata. Sii più realistico.

Aspetta ad agire. Raccogli ancora un po’ di informazioni, attendi il momento perfetto.

Cosa fare quando il momento si presenta in cui vorremmo fare qualcosa, ma siamo bloccati da questi sentimenti negativi?

Innanzitutto bisogna distinguere se le eccezioni sollevate sono fatti o sono un’interpretazione negativa dei fatti.

Se si tratta di fatti, è sempre possibile cercare una soluzione. Se questa non esiste, allora possiamo tranquillamente lasciare perdere, senza sentirci in colpa.

Ma se si tratta solamente di un’opinione, di un’interpretazione di fatti “neutri”, dobbiamo riconoscerla per quello che è: un moto di insicurezza che cerca proteggerci da un possibile fallimento. E  andare avanti per la nostra strada.

Facciamo un esempio personale: Voglio chiedere ad una ragazza di uscire con me. Immediatamente penso che è troppo impegnata per dedicarmi tempo. Si tratta di un fatto o di un’opinione?

  • Fatto: Supponiamo che mi abbia detto che questa settimana è via per lavoro. La soluzione è abbastanza semplice, chiederò un appuntamento per la settimana prossima.
  • Opinione: Magari invece penso che una ragazza come lei non ha tempo da perdere con un tipo come me. Questa è evidentemente solo un’opinione negativa che scaturisce da una personale insicurezza (non sono degno dell’interesse di una persona speciale). Riconoscendola come tale, possiamo accantonarla. E prendere in mano il telefono 🙂

Sentire la paura ed andare avanti lo stesso

Una volta che ci abituiamo ad agire in questa maniera, due cose cominceranno a capitare:

  • Innanzitutto, cominceremo ad avere successo sia nella vita personale che in quella professionale.
  • In secondo luogo, la paura che prima sentivamo come un dolore devastante, comincerà ad affievolirsi sempre di più, fino a quando la riconosceremo semplicemente come una leggera reazione fisiologica del nostro corpo alle novità.

Uno dei miei obiettivi per questo 2011 è di fare tutti i giorni qualcosa che mi spaventa (nei limiti della legalità e della sicurezza fisica ovviamente 🙂 ). E lasciatemelo dire, funziona.

Sia nella vita personale che in quella professionale sto prendendo più rischi, sto osando, sto dicendo quella parola in più che prima mi rimaneva incastrata sulla lingua. E i risultati non tardano ad arrivare. Anche quando sbaglio clamorosamente, le lezioni che imparo vanno a formare un bagaglio che mi rende giorno per giorno un Uomo maturo, sicuro e felice.

Come “Il Gioco” ha fatto di me una persona migliore

image La storia inizia qualche anno fa.

Girovagando in rete, nella speranza di migliorare il mio inglese, decisi di scaricarmi qualche audiolibro in lingua originale (L’audiolibro è un formato molto popolare nei paesi anglosassoni ma pressoché sconosciuto qui in Italia. Per chi non sapesse cosa sia, ci sono maggiori informazioni qui). Mi imbattei in due titoli che sembravano interessanti:

  • The 4 hour workweek, di Tim Ferris (Inglese, Italiano), un libro molto interessante, del quale parlerò in futuro e
  • The Game, di Neil Strauss (Inglese, Italiano )

Diligentemente ascoltai tutto 4HWW, a volte aiutandomi con la versione PDF per comprendere bene il tutto. The Game, invece, rimase dimenticato in qualche cartella del mio hard disk per diversi mesi, fino al fatidico giorno nel quale ritrovandolo per caso aggiunsi i file MP3 alla mia playlist.

Una storia intrigante

Il libro è il racconto autobiografico di alcuni anni di vita di Neil Strauss, giornalista per il magazine americano Rolling Stones.
Inizia raccontandoci come, seguendo per un anno il tour dei Motley Crue e lavorando gomito a gomito con le celebri rock star, l’autore abbia ricevuto un totale di un bacio: da Tommy Lee ubriaco.

La realizzazione bruciante che neanche avendo a disposizione migliaia di “groupies” era riuscito ad avere una relazione con una donna, lo spinge quindi sulla rete, nei gruppi di discussione e nei forum, per cercare di capire che cosa aveva di sbagliato. Finché non si imbatte nel gruppo di discussione di “Mystery”, un guru della seduzione che elargisce la propria saggezza ad una manciata di lettori. O, come si definisce egli stesso, un Pick Up Artist, o PUA (in italiano potrebbe essere Artista Del Rimorchio).

Mystery sostiene che l’approccio al gentil sesso deve essere considerato alla stregua di un gioco, dove per vincere la partita basta avere la strategia corretta. E in ogni caso, perdere non è mai una  tragedia, ci sono tante altre partite da giocare!

Il libro continua poi descrivendo il percorso che porta un autore impacciato e anche un po’ sfigato a diventare egli stesso un Pick Up Artist di enorme successo.

Galvanizzato dalla lettura, decisi quindi di mettermi al computer e cercare questa Seduction Community nella rete. Magari esisteva veramente, e non si trattava solo dell’invenzione di uno scrittore americano. Beh, con felicità scoprii che non solo esisteva veramente una comunità di gente proprio come me che cercava di migliorare il proprio approccio al mondo femminile, ma che si trattava di un ambiente veramente interessante, fertile di idee e tollerante verso i newbies.

Inutile dire che i gruppi di discussione e i blog dei vari PUA sono diventati da quel giorno parte del mio quotidiano. Mentre l’uomo medio legge le news del giorno sul sito del corriere (o la gazzetta, o qualsiasi altro giornale), le mie pause caffé e tempi morti sono riempiti dalla saggezza dei membri della Seduction Community.

Un mondo inaspettato

Ma di cosa parlano questi curiosi personaggi? Frasi magiche che fanno cadere le mutandine alle signore? Tecniche di ipnosi al limite del legale?

Beh, non proprio. La prima, dura lezione che aspetta l’apprendista seduttore è che non esistono pillole magiche o tecniche infallibili. Nemmeno i più quotati PUA hanno un successo del 100%. Ma non per questo bisogna scoraggiarsi.

Una delle prime cose che apprendiamo è che il gioco viene diviso in due principali settori: l’outer game e l’inner game.

L’outer game è la parte più visibile e facile da capire. Si tratta di tutta la “tecnica”, dall’approccio al caffè della mattina dopo. Che cosa dire, che argomenti proporre, come approcciare un gruppo di sconosciute, come isolare la “preda” dalle amiche o dagli amici per riuscire il giusto livello di intimità. Come toccare, dove toccare, quando toccare, quanto toccare. Esistono una marea di guide, a pagamento e non. La più famosa si chiama “Magic Bullets”, e vale veramente la pena di darle un’occhiata. E’ stata scritta dai seguaci di Mystery, come evoluzione delle tecniche professate dal PUA protagonista di The Game.
Altri si affidano alla Programmazione Neuro-Linguistica (PNL) e la sbandierano come la panacea di tutti i mali.
L’outer game quindi non è nient’altro che una serie di attrezzi che il seduttore deve imparare a maneggiare per riuscire a destreggiarsi nelle varie situazioni.

Discorso diverso per l’inner game. Se lo scopo dell’outer game è cambiare le nostre azioni per ottenere risultati migliori, lo scopo dell’inner game è cambiare il nostro modo di vedere le cose per cambiare le nostre azioni.
Faccio un esempio. Molte delle tecniche dell’outer game funzionano perché ci portano ad imitare passo-passo come un uomo con una smisurata fiducia in sé stesso si comporterebbe in una data situazione (in questo caso, rimorchiare 🙂 ). La funzione dell’inner game invece è quella di aiutare lo studente a raggiungere “naturalmente” uno stato di alta fiducia in sé stesso. In questo modo, si possono abbandonare le tecniche e si può invece affidare semplicemente all’istinto.
Contrariamente all’outer game, non esiste una guida definitiva all’inner game. La motivazione è facilmente comprensibile: l’inner game compete ad un campo di studio che fa scervellare da migliaia di anni filosofi e, più recentemente, psicologi e sociologi. Finché non avremo capito perfettamente come funziona il cervello umano, non potremo scrivere una guida definitiva. E chissà, forse neanche allora.

Sia chiaro, non sto sostenendo che l’inner game sia superiore all’outer game, anzi. Specialmente all’inizio, fa comodo avere una serie di attrezzi da utilizzare al momento del bisogno. E anche chi ha una certa esperienza gode della “rete di sicurezza” offerta da un solido outer game.
Inoltre, per chi arriva da una situazione di bassa autostima, i risultati ottenuti tramite la pratica dell’outer game sono fondamentali per aumentare la fiducia in sé stesso.

In ogni caso, una cosa è certa: il mondo della Seduction Community offre strumenti veramente utili a qualsiasi uomo che abbia lo scopo di migliorare sé stesso.  A volte si tratta di consigli pratici, altre volte invece sono spunti di riflessione anche filosofici.

Molto del materiale che scrivo qui origina proprio da questo viaggio che ho deciso di intraprendere, alla scoperta di me stesso, delle dinamiche sociali e della relazione tra me e gli altri.

Sono soddisfazioni

Commento di un amico durante una chiacchierata recente:

Massimo rispetto! Si vede proprio che sei cambiato tantissimo in questi mesi!

Proprio le parole che avevo bisogno di sentire per soddisfare il mio immenso ego 🙂