Delusion Damage: Una semplice regola spiega tutto il comportamento umano

[In questa serie, pubblico la traduzione in Italiano di alcuni articoli del sito Delusion Damage. Hanno cambiato la mia vita ed il mio modo di pensare, spero possano essere una lettura interessante anche per voi!]

Macchine per la sopravvivenza e la riproduzione – ecco cosa siamo.

Fin dall’inizio della vita sulla terra, alcune forme di vita si dimostrarono migliori di altre a sopravvivere e riprodursi, e queste forme di vita sono fiorite. Quelle che non erano altrettanto brave a sopravvivere e riprodursi persero la competizione per le risorse limitate e morirono.

Per sua natura la vita cerca sempre di espandersi e moltiplicarsi finché non viene limitata da qualcosa. Quel qualcosa è solitamente una risorsa finita:  gli uccelli che mangiano pesci possono moltiplicarsi solo fino a quando ci sono abbastanza pesci da mangiare, per esempio. Ogni forma di vita è limitata da una risorsa, tranne per quelle forme di vita che sono limitate da qualcos’altro prima che si scontrino con una scarsità di risorse. I nostri animali domestici per esempio non sono limitati dalla quantità di cibo presente in casa, ma dal fatto che controlliamo attivamente con quale frequenza si riproducono.

La maggior parte delle risorse, storicamente, è stata oggetto di competizione da parte di diverse specie. Quello che succede è che, se una di queste specie è più brava a sopravvivere e riprodursi dell’altra, gradualmente aumenta di numero fino a quando riesce a sottrarre la totalità della risorsa all’altra specie, che muore. Questo processo, chiamato selezione naturale, plasma il mondo a propria immagine: ogni specie che sopravvive oggi è naturalmente equipaggiata e favorita a sopravvivere e riprodursi, e a non sprecare energia per altro.

Anche noi siamo macchine da riproduzione e sopravvivenza. La coincidenza è che, mentre sviluppavamo modi migliori per seguire la nostra natura, abbiamo prodotto cose come la civilizzazione, la filosofia ed internet come effetti collaterali della nostra naturale inclinazione a sopravvivere e riprodurci. Da un punto di vista evoluzionario, il fatto che noi umani abbiamo sviluppato cervelli più potenti per creare tutto questo è stato un autogol. La civilizzazione ci ha fatto inquinare la Terra e costruire armi che un giorno forse useremo per annientare la nostra stessa specie. La filosofia ci ha costretto a farci domande sui nostri impulsi, a diminuire lo sforzo istintivo a sopravvivere e riprodurci e a cercare invece la felicità.

Per me e te, tuttavia, funziona. Come individui umani, non ci preoccupiamo del futuro della specie. Se il genere umano si estingue in mille o un milione di anni, non farà molta differenza nelle nostre vite. Tutto ciò che ci importa è essere felici mentre siamo qui.

L’evoluzione ci ha plasmati per stare nel meccanismo di sopravvivenza e riproduzione (S&R), lavorare per il prossimo obiettivo che migliorerà la nostra performance di S&R, e non essere mai contenti in modo permanente dei risultati ottenuti. L’organismo che sopravvive e si riproduce al meglio è quello che non smette mai di lavorare a questi obiettivi.

Ecco perché inseguire i nostri desideri naturali è un’illusione che non ci renderà mai felici. C’è chi sostiene che “seguire i nostri istinti” e “fidarci del nostro intuito” è sempre giusto, ma è abbastanza ovvio che si tratta di una dannosa illusione. Questo perché è virtualmente garantito che così facendo non troveremo mai la felicità. Invece troveremo tanta infelicità, che è parte fondamentale dei nostri istinti che ci spingono a propagare la specie.

L’autoinganno è parte integrante della nostra psicologia. In modo da diventare le più efficienti macchine da S&R possibile, la natura ci nasconde la semplice verità che ciò che vogliamo fare non è ciò che ci porterà la felicità. I nostri cervelli ci devono illudere in per farci comportare in maniere che sono dannose a noi stessi in modo da propagare la specie. E’ sempre più difficile riconoscere questi comportamenti autodistruttivi in noi stessi che negli altri, e il nostro meccanismo integrato di autoinganno ha un ruolo importante nel nasconderceli. Spesso finiamo per pensare che vogliamo ciò che vogliamo perché ci renderà felici.

Ogni emozione, ogni desiderio, ogni parte del corpo e ogni funzione che abbiamo, ce l’abbiamo perché nella storia della nostra specie ci ha aiutato a sopravvivere e/o riprodurci meglio, o è nata come effetto collaterale di qualche altra funzione che lo ha fatto. Qualsiasi cosa che non lavorasse verso questo obiettivo sarebbe stata un peso inutile dal punto di vista evoluzionario e sarebbe sparita grazie alla selezione naturale.

E’ sempre da qui che dovremmo partire quando cerchiamo di capire noi stessi e gli altri. Tutti i nostri comportamenti sono il risultato di impulsi progettati per farci riprodurre e sopravvivere meglio. Tutte le cose che vogliamo istintivamente: cibo, acqua, sonno, amici, sesso, status sociale, oggetti utili – hanno tutte valore dal punto di vista di S&R, o almeno lo avevano quando l’intera razza umana viveva in piccole tribù tra i 200.000 e i 20.000 anni fa. L’evoluzione è lenta, e non ci può rendere adatti alle condizioni moderne in soli 20mila anni. Siamo ancora in balia degli istinti che ci avrebbero aiutato a sopravvivere e riprodurci nelle tribù preistoriche.

La nostra specie è divisa in due generi: maschile e femminile. Entrambi hanno abilità e disabilità diverse. Il maschio è meglio equipaggiato per cacciare il cibo e difendere contro i predatori, ma non può fare figli. La femmina può generare figli ma non è molto ben equipaggiata per cacciare e combattere i predatori, specialmente durante la gravidanza. I due sessi possono sopravvivere e riprodursi soltanto se sono in cooperazione, con il maschio che scambia un po’ del proprio valore di sopravvivenza per un po’ del valore di riproduzione della femmina e viceversa.

Come conseguenza delle differenze nei nostri corpi, uomini e donne hanno anche differenti strategie ottimali di S&R, che hanno plasmato istinti e facoltà mentali diverse per ognuno. Alcuni istinti sono gli stessi per entrambi: dormire, mangiare, non fare a botte con i leoni, ecc., ma molti altri, specialmente quelli legati alla riproduzione, sono diversi. La strategia ottimale per il maschio è quella di fecondare il maggior numero di femmine possibili, mentre per queste ultime la strategia ottimale consiste nel farsi fecondare solo dal maschio i cui geni hanno il maggior valore di S&R per la generazione successiva, e allo stesso tempo ricavare dal maschio la maggior quantità di risorse possibili per avere cura dei figli – questi maschi ovviamente non devono essere necessariamente gli stessi che l’hanno fecondata.

Nell’ambiente naturale della nostra specie umana, la savana africana, dove le tribù vivono ancora alla stessa maniera dei nostri antenati preistorici, le strategie riproduttive del maschio e della femmina sono sempre in conflitto. Questo conflitto di interesse tra il fecondatore e la fecondata ci ha portato a sviluppare molti meccanismi mentali per ottenere il meglio dalle nostre controparti, e questi istinti sono ancora vivi e vegeti oggi, portando avanti lo sforzo che è scherzosamente conosciuto come la “guerra dei sessi”.

I nostri differenti istinti riflettono le differenze tra le strategie riproduttive maschili e femminili, e le nostre diverse facoltà mentali e modi di pensare riflettono le diverse esigenze e sfide che i nostri antenati preistorici affrontavano per sopravvivere e riprodursi.

Molte persone rifiutano il fatto che siamo tutti macchine per la sopravvivenza e la riproduzione perché pensano significhi che ogni persona è egoista e desidera solo ciò che è meglio per sé. Questa è solo una parte della verità, però. Ogni persona ha anche il desiderio naturale di aiutare gli altri quando farlo non richiede un sacrificio troppo grande. Questo perché le persone che aiutavano sopravvivevano meglio di chi non lo faceva. Nessuna persona è buona o cattiva, ognuno di noi ha in sé la spinta ad aiutare noi stessi e la spinta ad aiutare gli altri.

Quale di queste spinte domini il nostro comportamento dipende dalle circostanze. Se ci troviamo in una situazione “win/lose”, dove l’unica maniera per ottenere il risultato che desideriamo è fare del male agli altri, lo faremo. Se invece ci troviamo in una situazione “win/win”, dove possiamo cooperare con gli altri per raggiungere il risultato desiderato, questo è quello che finirà per accadere.

La domanda da un milione di dollari è, ovviamente, come possiamo discriminare in quale situazione ci troviamo. A volte è solo una o l’altra, ma la maggior parte delle situazioni può essere vista in entrambi i modi, a seconda di come le consideriamo. Puoi scegliere di risolvere i tuoi problemi in maniera distruttiva (win/lose) dove scegli di vedere gli altri come nemici da eliminare, oppure in maniera costruttiva (win/win), dove scegli di vedere gli altri come alleati con i quali cooperare.

Dalle soluzioni distruttive nascono conflitti, animosità e nemici. Dalle soluzioni costruttive invece nascono unità, pace ed amici. A parità di condizioni, la soluzione costruttiva è sempre preferibile, e infatti di solito utilizziamo soluzioni distruttive solo quando crediamo che una soluzione costruttiva non è possibile. A volte questa idea è corretta, ma molte altre volte è semplicemente un’illusione che ci danneggia portando inutili conflitti e nemici nelle nostre vite.

Il punto è che noi tutti vogliamo la stessa cosa: vivere le nostre vite con felicità e soddisfazione. Se possiamo trovare un modo per farlo in maniera costruttiva, otteniamo quella che viene chiamata un’utopia. Se non possiamo, otteniamo il conflitto e l’infelicità tipici delle azioni distruttive.

Forse una parte di quelle sofferenze è davvero inevitabile, ma la grande maggioranza è semplicemente danno da illusione che nasce dalla scelta delle persone di affidarsi a soluzioni distruttive al posto che costruttive, che darebbero beneficio sia a loro che ai “nemici” percepiti e renderebbero questi nemici degli amici. Ogni volta che ci troviamo in una situazione del genere, tutto ciò che dobbiamo fare per migliorarla è informare queste persone su quale modalità di azione è più utile, e questi tenderanno naturalmente a sceglierla.

Finisce qui la parte introduttiva agli articoli Delusion Damage. Nei prossimi tre articoli di questo mini-corso, andremo a scoprire le tre più grandi illusioni che causano enormi problemi nella nostra vita di tutti i giorni: una è personale, una è interpersonale e l’ultima è sociale.

[Articolo originale: One Simple Rule Explains All Emotions And Behavior.]

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Delusion Damage: Il metodo più efficace per risolvere tutti i tuoi problemi

[In questa serie, pubblico la traduzione in Italiano di alcuni articoli del sito Delusion Damage. Hanno cambiato la mia vita ed il mio modo di pensare, spero possano essere una lettura interessante anche per voi!]

Possiamo dare la colpa delle nostre disgrazie al mondo intero, ma il problema con questa idea è che se vogliamo evitare le disgrazie dobbiamo cambiare il mondo. Invece, interpretare ogni problema come un problema di conoscenza, come abbiamo discusso prima, rende la mancanza di dati accurati l’unico vero problema. In questo modo possiamo concludere che non è il mondo a causare i tuoi problemi – sei tu.

A volte accadono cose che ci fanno soffrire sulle quali veramente non abbiamo nessun controllo. Questi avvenimenti sono però eccezionalmente rari. La maggior parte delle volte quando crediamo che la sofferenza sia capitata “per caso”, avremmo potuto fare qualcosa per prevenirla.

Per alcune persone “incolparsi di tutto” è spiacevole, ma non c’è nessun bisogno di sentirsi così. Quando pensi di essere la causa dei tuoi problemi, ottieni il potere di evitarli non cambiando il mondo ma cambiando te stesso. E questo è ottimo, perché il tuo comportamento è proprio l’unica cosa in questo mondo che puoi cambiare! Quanto inizi a prendere il controllo della tua vita assumendoti la responsabilità di ogni cosa che ti succede, puoi migliorarla in maniere che non avresti mai creduto possibili prima.

Non c’è bisogno di annunciare pubblicamente che la pensi così. Semplicemente pensa in ogni situazione cosa potresti avere fatto o potresti ancora fare per migliorarla. Quando ti abitui a pensare in questo modo comincerai naturalmente a smettere di dare la colpa agli altri ed arrabbiarti con loro per averti rovinato la vita, perché ti accorgerai che non serve a nulla: serve solo a farti sentire peggio e non sistema la situazione. L’unica maniera per sistemare la situazione è capire qual’è stata la tua parte nel problema e cambiare il tuo comportamento di conseguenza.

Scoprire che puoi scegliere di non dare la colpa agli altri per ciò che fanno è una delle realizzazioni più liberatorie che puoi avere nella tua vita, e può portarti verso un più grande percorso di miglioramento.

Ti ricordi quando, da bambino, un altro bambino al parco ti insultava e tu immediatamente ti mettevi a piangere? Se non te lo ricordi, probabilmente ti ricordi di come situazioni simili accadevano agli altri bambini.

Cosa ti dicevano di fare i tuoi genitori? Di zittire tutti gli altri bambini così che nessuno potesse più offenderti? Difficile. Più probabilmente, ti dicevano di ignorare le parole crudeli degli altri bambini e di non lasciare che abbiano questo potere su di te. Ti sarà sembrato terribilmente ingiusto al tempo, come è sembrato a me. Perché mai dovrei essere io a cambiare qualcosa quando è l’altro bambino a comportarsi male? La risposta che si spera impariamo tutti durante l’infanzia è che quando soffri, è un problema tuo. Non è un problema dell’altro bambino e tu non puoi obbligarlo a smetterla di essere cattivo, quindi devi fare esattamente quello che i tuoi genitori ti dicono: cambiare la tua reazione e impedire che delle semplici parole abbiano potere su di te.

Ed è in quel momento che inizi a capire l’incredibile verità sui sentimenti che hai avuto:

Niente nel mondo esterno ha il potere di renderti arrabbiato o nervoso. Solo tu puoi farlo. Quando senti dire qualcosa che percepisci come offensivo, in realtà stai decidendo tu di offenderti. L’altra persone non ti sta facendo arrabbiare, ti arrabbi da solo. Nessuna sequenza di parole ti può fare male, se non prendi la decisione di soffrire quando la senti. E perché mai vorresti farlo?

Quando cresciamo, impariamo che è socialmente accettabile essere agitato o arrabbiato per cose che la società ha deciso siano “veramente” offensive, mentre non è visto di buon occhio quando qualcuno si sente alla stessa maniera per cose “non veramente” offensive. E mentre cresciamo e accettiamo questa classifica di cosa è abbastanza offensivo e di cosa non lo è, dimentichiamo che abbiamo il potere di decidere per noi stessi se vogliamo arrabbiarci del tutto.

Iniziamo a credere ancora che le altre persone possono “farci arrabbiare”.

Ma la verità è che, come esseri umani intrappolati in un corpo di carne ed ossa, siamo incapaci di avere esperienza di ciò che capita nel mondo al di fuori delle nostre teste. Tutto ciò che senti, pensi, percepisci, tutto ciò di cui hai esperienza non è nient’altro che segnali elettrici e chimici nel tuo cervello. Alcuni di questi sono tradotti automaticamente dal tuo cervello: non devi “imparare” a vedere, vedi e basta. Altri hanno bisogno che tu impari ad interpretarli: quando qualcuno parla, senti automaticamente delle parole, ma hanno significato per te solo dopo che hai imparato la lingua.

Le parole che sentiamo ed il comportamento che vediamo nel nostro ambiente non hanno significato su di noi tranne che quello che abbiamo imparato ad associargli. E possiamo imparare a cambiare queste interpretazioni, proprio come abbiamo fatto da bambini al parco. Invece di pensare “questo bambino mi ha chiamato stupido, per cui mi devo sentire male” abbiamo imparato a pensare “questo bambino deve sentirsi male se ha bisogno di chiamarmi stupido, non è necessario arrabbiarsi” e questo ci ha aiutato a capire che le parole non hanno potere su di noi, e forse abbiamo anche avuto un po’ di compassione per l’altro bambino.

Allo stesso modo, abbiamo ancora quella capacità quando da adulti ci troviamo di fronte al comportamento spiacevole delle altre persone. Lo dimentichiamo mentre crescendo incominciamo ad avere un certo controllo sul nostro mondo, e cominciamo a pensare che dovremmo avere la possibilità di controllare il “comportamento inaccettabile” delle altre persone, ma non possiamo. Non possiamo impedire ai nostri colleghi di provare a fregarci la promozione, non possiamo impedire alle nostre mogli e mariti di disinnamorarsi di noi, non possiamo impedire ai nostri governi di combattere le guerre. E’ come essere tornati al parco: l’unica cosa che possiamo fare è impedire che il mondo esterno abbia il potere di controllare il nostro stato d’animo. E possiamo imparare a capire che è proprio quello che abbiamo fatto fino ad ora: abbiamo dato via quel potere. Abbiamo passato il telecomando a chiunque lo volesse prendere e detto “ecco, adesso controlli tu come mi sento e come reagisco”.  Potremmo iniziare a pensare che forse l’altro bambino al parco aveva ragione: siamo certamente stati stupidi.

Abbiamo sofferto di danno da illusione credendo che eventi esterni potessero controllare il nostro stato d’animo interno. A volte sembra proprio che abbiano questo potere e nemmeno ci accorgiamo della scelta che facciamo di accettare questa idea, ma quando smettiamo di farlo possiamo scoprire la verità: non erano gli eventi esterni che ci facevano reagire in un certo modo, eravamo noi stessi. Reagivamo nel modo che credevamo opportuno. Ma perché lo credevamo opportuno? Quando esaminiamo queste credenze spesso notiamo che non hanno nessuna buona ragione di esistere. Perché dovresti arrabbiarti per certe parole, o per ogni altro comportamento delle altre persone? La rabbia, la tristezza o i capricci ti aiutano a migliorare la situazione? Di solito, no. Piangere per le nostre sfortune di solito non ci aiuta a raggiungere quella promozione o a fare in modo che qualcuno ci ami ancora o a fermare la guerra. Il beneficio di questa reazione è zero. Il costo, invece, può essere enorme: possiamo sentirci molto arrabbiati ed essere molto infelici per molto tempo. Se davvero abbiamo una scelta, e ce l’abbiamo, perché mai dovremmo scegliere di renderci infelici quando non ci guadagniamo niente?

Ovvio che non dovremmo. L’unica domanda che ha senso è quanto possiamo evitarlo. Da bambini, non pensavamo potessimo influenzare per nulla le nostre emozioni, ma abbiamo imparato che possiamo almeno controllare la connessione tra le parole che ci dicono e le nostre reazioni. Chi di noi ha applicato questo tipo di mentalità alle altre sfortune della vita ha scoperto che possiamo controllare come ci sentiamo anche in reazione ad eventi non verbali come tradimento e perdite finanziarie.

In molti credono ancora che c’è un limite superato il quale è “accettabile” essere arrabbiato, che quando qualcosa va “abbastanza male”, hai “il diritto” di arrabbiarti. Beh, ovviamente puoi arrabbiarti per qualsiasi cosa, ma questo non ti aiuta a risolvere niente, e se hai la possibilità di non sentirti male, perché farlo? Ti dai solo la zappa sui piedi.

Possiamo essere calmi e sereni anche di fronte alle peggiori catastrofi? Gli esempi sono così rari nel nostro ambiente che in molti credono non sia possibile. Certamente ci vuole molta pratica per arrivare al punto in cui anche una grave perdita non ci disturba, ma ogni passo che possiamo fare in quella direzione diminuirà gli episodi in cui ci arrabbiamo e soffriamo. Esiste un limite oltre il quale nemmeno la pratica ci può portare? Se mai lo trovassi, ve lo farò sapere. Fino ad allora, continuerò a seguire l’esempio del maestro zen.

Proprio come noi stessi spesso causiamo i nostri problemi illudendoci che sia giusto comportarci in modi dannosi, spesso siamo la causa delle nostre emozioni spiacevoli, che nascono in noi solo perché abbiamo imparato a credere che dobbiamo reagire in una certa maniera. Quando eliminiamo l’idea che dobbiamo sentirci male in risposta a certi eventi e la sostituiamo con l’idea che gli eventi esterni non devono avere il controllo di come ci sentiamo o reagiamo, possiamo eliminare un enorme quantità di danno da illusione dalle nostre vite, perché le nostre molteplici emozioni spiacevoli sono proprio questo: sofferenza inutile che non ha nessun buon utilizzo. Pensi che il maestro Zen si senta mai male?

E’ facile capire che sei tu la causa della sofferenza emozionale nella tua vita, ma è molto più difficile integrare veramente questa idea nella tua vita ed avene beneficio tutte le volte. Ma la pratica rende perfetti, e anche se non diventi proprio perfetto almeno ti rende molto migliore, e vale veramente la pena di portare questo miglioramento nella tua vita.

Ciò che rende possibile portare cambiamenti come questo nelle nostre vite è la conoscenza di come funzionano la nostra mente e le nostre emozioni. La vecchia e famosa frase “conosci te stesso” è probabilmente il maggior concentrato di saggezza espresso in tre parole.

Nel prossimo articolo, andremo a dare un’occhiata scientifica a come noi esseri umani funzioniamo. Perché facciamo quello che facciamo? Perché siamo come siamo? Una conoscenza pratica di queste cose è estremamente importante ed utile nella vita, e come potresti aspettarti seguendo il ragionamento della prima parte di questo corso, neanche una parola di queste informazioni viene disseminata nelle nostre scuole e la maggior parte dei nostri genitori non ne sa abbastanza da poterci insegnare qualcosa.

[Articolo originale: The Most Effective Way To Solve All Your Problems.]

Delusion Damage: Ti hanno mentito su tutto o quasi

[In questa serie, pubblico la traduzione in Italiano di alcuni articoli del sito Delusion Damage. Hanno cambiato la mia vita ed il mio modo di pensare, spero possano essere una lettura interessante anche per voi!]

Noi tutti viviamo in accordo con la conoscenza e le credenze che abbiamo accumulato nella nostra memoria. Utilizziamo queste informazioni quando ci allacciamo le scarpe, cuciniamo, scegliamo i nostri amici e prendiamo le decisioni che definiscono la nostra vita.

Il problema è che non sempre sappiamo ciò che pensiamo di sapere. Molte delle nostre credenze sono semplicemente false. Anche se non vuoi ammettere che a volte hai torto su certe cose, certamente conosci molte persone che sbagliano. Vedi queste persone tutti i giorni, mentre vivono la propria vita con le loro false credenze, le loro illusioni, conformando il loro comportamento in accordo con queste illusioni. E tutti sappiamo cosa succede quando ti comporti in un modo che è basato su un’illusione invece che su un’accurata conoscenza della realtà: ottieni cattivi risultati. Finisci per non ottenere quello che volevi, facendoti del male. Questo è ciò che chiamo “delusion damage”, “danno da illusione” – la sofferenza causata dal credere qualcosa che non è vero.

Ognuno di noi soffre il danno da illusione ogni giorno, e per la maggior parte non ce ne accorgiamo neanche. Il danno da illusione ha molte forme, alcune più subdole delle altre. Il tizio che crede che guidare dopo una notte passata a bere sia ok e finisce per schiantarsi contro un albero soffre di una pesante ed ovvia dose di danno da illusione, e se sopravvive probabilmente si renderà conto del proprio errore. Ma non tutte le occorrenze di danno da illusione sono così ovvie. Anche il tizio che guida per un percorso più lungo ogni mattina per andare al lavoro perché non conosce la strada più corta soffre di danno da illusione. Ogni giorno la sua errata convinzione su quale strada va presa gli costa più benzina, fatica e ore di sonno del necessario. Anche questo è danno da illusione, ma in questo caso la persona può continuare a ripetere lo stesso errore centinaia o migliaia di volte senza neanche saperlo. Le conseguenze dei soldi extra spesi in benzina ed i momenti di sonno perso ogni mattina possono accumularsi negli anni ed essere anche di entità superiore ad un singolo caso di guida da ubriaco.

Sembra strano che percorrere una strada più lunga ogni mattina ti possa danneggiare più di un incidente d’auto, e questa è un’altra caratteristica propria del danno da illusione: molte volte, non sappiamo nemmeno cosa ci sta facendo male. Pensa a quanto attentamente hai scelto le strade che percorri ogni giorno da un posto all’altro, a quanto attentamente scegli i cibi che mangi ogni giorno, pensa a tutte le decisioni che prendi costantemente e come le informazioni su cui basi queste decisioni sono incomplete e puoi concludere che le nostre vite sono piene di danno da illusione, e che quando soffriamo i nostri attacchi di cuore, divorzi ed incidenti d’auto, neanche ci viene in mente che avremmo potuto evitare quel dolore se solo avessimo saputo qualcosa in più. Insomma, ogni problema è un problema di conoscenza, e a volte non ci accorgiamo nemmeno di avere un problema finché non ci colpisce diritto in faccia.

pupazzi di neve cuociono marshmallows e si sciolgono

Raffigurazione artistica del normale comportamento umano

Come eliminiamo il danno da illusione dalle nostre vite?

La chiave per risolvere i problemi causati da illusioni o false credenze è il loro opposto: conoscenza o credenze che formino un’accurata rappresentazione della realtà. Dovrai capire da solo quale strada prendere per lavorare su te stesso, perché quello è un problema individuale che nasce da circostanze individuali, ma ciò che puoi imparare da grandi sorgenti esterne sono i principali problemi universali che tutti condividiamo e che occupano una grande porzione delle nostre vite. I pezzi grossi, sono quelli che fanno la differenza.

Problemi personali, come “Come raggiungere una felicità duratura?“, “Cosa ha senso inseguire nella vita e cosa no?

Interpersonali, come “Come fare per capire meglio gli altri?“, “Come posso attirare le persone che voglio nella mia vita?

E societari, come “Come possiamo migliorare le nostre vite, ottenere la pace nel mondo, eliminare completamente fame e povertà e vivere il resto dei nostri giorni in libertà, sicurezza e abbondanza?

Uno dei segreti meglio custoditi del nostro mondo è che altre persone hanno già trovato le risposte a molte delle domande più problematiche, ma nessuno te l’ha detto.

Perché, se le risposte sono là fuori, nessuno ne parla?

Beh, non tutti vogliono che tu sappia. Non hai visto il segreto per la felicità in televisione perché altrimenti non avresti più bisogno della TV e quel canale fallirebbe. L’abbonamento della tua palestra non è abbinato ad istruzioni su come esercitarsi senza i suoi attrezzi perché altrimenti non avresti più bisogno della palestra e questa chiuderebbe. Il contratto del tuo matrimonio non conteneva le istruzioni per attirare altre donne senza dovere promettere metà dei tuoi averi perché… insomma, ci siamo capiti. Un’impresa che risolve i tuoi problemi una volta per tutte non può competere con un’azienda che ti fa ritornare ancora e ancora senza mai risolvere il tuo problema. Aziende reali sono fallite perché hanno aiutato i propri clienti fino a rendersi inutili. Questo è il motivo per cui l’equivalente dell’ipotetico canale TV o palestra non sono sopravvissuti abbastanza a lungo per diffondersi nel tuo vicinato.

Alcune delle illusioni più dannose persistono perché l’ambiente in cui vivi ti nasconde, più o meno inavvertitamente, la verità.

A volte può perfino essere deliberato. A volte le persone in posizione di potere vogliono renderci infelici in modo da sfruttare la nostra volontà di scappare da questa infelicità.

Una persona felice che non ha bisogno e non vuole nulla per essere soddisfatta è difficile da sfruttare. Quando ti senti felice e realizzato non ti viene proprio voglia di spendere 12 ore al giorno facendo un lavoro che odi per scalare la piramide aziendale, ottenere quella promozione o elevare il tuo status sociale. Quando hai vera fiducia in te stesso non ti viene voglia di andare al centro commerciale e spendere migliaia di euro in scarpe per convincerti che sei piacevole come gli altri. Quando non ti senti deprivato, è difficile convincerti a fare lavori spiacevoli per conto di altri. Ecco perché non te lo dicono. Hanno bisogno che tu continui a rincorrere la prossima piccola gratificazione, e hanno bisogno di accertarsi che questa non ti renda felice. Non possono farti scendere dalla loro giostra.

Ma questa non è una cospirazione.

Non voglio che pensi che ci sia un gruppo di vecchi miliardari che si riunisce in una torre da qualche parte per fumare sigari e nasconderti il segreto per una vita migliore. Non è così. Se sapessero veramente queste cose non avrebbero bisogno di fare quello che fanno. Solo chi è infelice sentirà il bisogno di nascondere agli altri il poco che sa per essere un po’ meno infelice. Invece di essere arrabbiato con loro, abbi pietà di loro perché potrebbero essere i più illusi di tutti. Almeno io e te non pensiamo di avere bisogno di possedere un canale TV o una palestra o un centro commerciale per goderci la vita. Immagina che razza di credo dannoso deve essere, e quanto una persona che crede in questo soffre.

La sofferenza di queste persone le istiga a propagare ancora più sofferenza alla popolazione creando false credenze come “hai bisogno di comprare questo prodotto per essere felice”, “hai bisogno di essere muscoloso per attirare le donne”, “hai bisogno di un’educazione universitaria per diventare ricco”e “devi diventare ricco per essere felice”, ecc. Trasmettendo queste illusioni attraverso TV, pubblicità, cultura popolare e messaggi politici, possono coprire la verità anche se non l’hanno mai avuta. Le poche sorgenti che diffondono vera conoscenza che funziona e crea una differenza nella vita delle persone sono talmente soffocate dal rumore della pubblicità al punto che la maggior parte delle persone non sente il messaggio – inclusi quelli che generano il rumore! Queste persone non “nascondono” la verità per fare soffrire tutti gli altri come farebbe un qualche cattivo delle favole, sono semplicemente vittime dell’idea che per essere felici devono sfruttare gli altri, così creano la loro marca di illusioni predatorie e le trasmettono al massimo volume, e quando lo fanno, i messaggi alternativi, indipendentemente dal loro valore, vengono soffocati.

E’ così che informazioni di grande valore  possono starsene nascoste alla maggior parte delle persone, anche se chi le conosce cerca di diffonderle. E’ così che illusioni estremamente dannose possono persistere nella popolazione anche se rendono infelice chiunque ci creda.

Di questo parliamo in Delusion Damage: riconoscere le illusioni popolari che danneggiano sia la società che ogni individuo che le fa proprie e rimpiazzare queste idee con idee veritiere ed utili che hanno il potere di migliorare la tua vita.

Non posso prendermi il merito di tutto ciò  –  la maggior parte di quello che ho imparato l’ho imparato da altre persone che a loro volta hanno imparato da altri prima di loro. Dobbiamo la nostra gratitudine a coloro che sono venuti prima di noi ed hanno lavorato duro per trovare la verità e ci hanno poi passato i frutti del proprio lavoro perché volevano aiutare i propri fratelli, molti dei quali non avrebbero mai conosciuto. Nello stesso spirito, passo a voi ciò che ho imparato.

Le informazioni che troverai qui possono cambiare la tua vita. Certamente hanno cambiato la mia.

[Articolo originale: You have been lied to about almost everything.]

Miopia letteraria

Mi ero riproposto di non parlare di politica su questo blog, innanzitutto perché non è un argomento che mi interessa un granché. E poi ci sono già talmente tanti blog dedicati alla politica italiana (in genere rappresentano le due principali correnti di pensiero: “piove governo ladro” e “via Berlusconi dal parlamento”) che sinceramente non pensavo di potere avere nulla di nuovo da aggiungere.

Ma, grazie all’introduzione della Legge Levi, finalmente anche io ho la possibilità di lamentarmi pubblicamente della classe politica italiana! Per festeggiare questo evento userò perfino un’immagine:

Logo della repubblica delle banane

Ah, adesso sì che mi sento multimediale.

Ma torniamo a noi. Di cosa tratta questa benedetta legge? Introduce due norme principali per regolamentare il prezzo dei libri:

  1. Tutti i negozi (piccoli, grandi, online) non potranno praticare sconti superiori al 15% sul prezzo di copertina. Durante il mese di Dicembre invece non potranno praticare alcuno sconto (!)
  2. Gli editori non potranno effettuare sconti superiori al 25% nelle loro campagne promozionali e saranno obbligati ad offrire lo stesso sconto a tutti i rivenditori.

Piccoli editori e librai gioiscono, pensando che questa legge (che hanno domandato a gran forza) possa risollevare i loro bilanci.  Non lo farà, ovviamente.

I consumatori invece si sono giustamente incazzati: non si capisce perché a rimetterci debbano sempre essere i lettori.

Ma perché dico che questa legge non solleverà le sorti del mercato dei libri in Italia?

Perché si tratta di un atto di protezionismo artificiale richiesto da chi spera di salvare il proprio modo di fare business dall’inesorabile avanzamento tecnologico, economico e culturale che stiamo vivendo.

Ma il modello della libreria anni ’60 non può continuare a funzionare per evidenti motivi. Ve li ricordate i negozietti sotto casa che vendevano un po’ di tutto? Sono stati spazzati via tra gli anni 80 e 90 dai grossi centri commerciali, che riescono ad offrire una grande varietà di merci a prezzi più bassi. E’ un processo di selezione naturale: chi riesce ad offrire la migliore qualità al prezzo più basso cresce, gli altri chiudono.

(intramezzo: ve lo immaginate un decreto che fissa, per legge, lo sconto massimo che può essere applicato al prosciutto o al salame? Farebbe solo ridere, no?)

Attenzione però: non tutti i negozietti hanno chiuso. Alcuni esistono ancora: sono quelli che hanno deciso di non combattere i “grandi” sul prezzo ma sulla qualità. Sono quelli che ti offrono quei prodotti tipici che non trovi da nessun’altra parte, o quelli dove il macellaio ti sa dire perfino quante macchie aveva la mucca sul pelo. Sono quelli insomma che hanno avuto il coraggio e l’abilità di evolversi per sfruttare il cambiamento invece che rimanere fermi sulle proprie posizioni a sbuffare e battere i piedi.

Le librerie e gli editori italiani devono necessariamente adeguarsi con un processo simile o chiudere, perché nessuna quantità di carte bollate li potrà salvare dal progresso. Anche a parità di prezzo, la grande catena avrà sempre un catalogo più fornito della piccola libreria ed il negozio online sarà sempre più comodo di entrambi.

Si salverà chi riesce a riconoscere che non tutti i lettori adorano Harry Potter e Twilight. Che il libro in inglese sta prendendo sempre più piede, ma che anche le librerie delle grandi catene gli dedicano a malapena un angolino. Che comprare un libro può essere un’esperienza, un’attività divertente in se stessa e non semplicemente un’altra commissione. Che i clienti sono prima di tutto esseri umani e che come tali sono motivati da fattori non sempre matematici.

Il prezzo non è tutto. Odio citarli, ma Apple ad esempio l’ha capito e guadagna milioni su milioni vendendo computer ad un prezzo molto più alto della concorrenza. Così come Starbucks ha fatto successo vendendo caffé ad un prezzo che è obiettivamente ben al di la’ dei costi di produzione. Entrambi hanno saputo presentare i loro prodotti non come “un altro computer” o “un altro caffé”, ma come “il computer per i creativi” ed “il piacere di un buon caffé”.

Se il tuo prodotto non è ne più ne meno bello di tutti gli altri, in pochi sono disposti a pagare di più per semplice solidarietà. Queste sono le regole del mercato.

“E’ bellissima”

Ah, essere l’unico single in una compagnia di amici fidanzati.

L’altra sera esco con una coppia di amici, li chiameremo Paolo e Francesca.

“Dai, vieni con noi alla festa della birra, che ci divertiamo” mi dice lui al telefono. “E poi ci sono in giro anche le colleghe della Fra (che fa l’infermiera, ndr.)”

Detto fatto, in tempo zero sono lavato, sbarbato, vestito e pronto a giocare una bella partita con quelche sexy-infermierina.

Arriviamo alla festa, ci sediamo ad un tavolo a caso e cominciamo a chiacchierare del più e del meno tra un boccale di birra e un panino con la salamella, mentre sul palco il gruppo comincia a suonare vari gloriosi classici del rock: Pink Floyd, Deep Purple, Hendrix.

Inevitabilmente, la conversazione arriva al punto saliente: “Fra, ma quando arrivano le tue amiche?” chiedo. “Appena staccano dal lavoro ci raggiungono” mi fa lei, e poi aggiuge: “E c’è anche la Giulia, la mia collega preferita. E anche lei è single! E poi vedrai, è bellissima. Ha un viso dolcissimo e un carattere stupendo. Certo è un po’ sovrappeso, ma è proprio bellissima. Sicuramente la più bella del reparto!!”

Ora, io ho un paio teorie a proposito delle amiche delle ragazze degli amici, che tristemente non smettono mai di verificarsi corrette.

Punto 1, la fidanzata dell’amico ha questo tipo di rapporti di amicizia, dal più probabile al meno probabile:

  • Non ha amiche
  • Non ha amiche single
  • Non ha amiche single fighe
  • Ha amiche single, anche fighe, ma non lo saprai mai perché non te le farà mai conoscere. Nel caso improbabile che te le faccia conoscere si sentirà in dovere di informarti che quelle fighe sono proprio delle stronze, delle zoccole e trattano male tutti i ragazzi ed è meglio perderle che trovarle.

Punto 2, quando una ragazza (qualsiasi) parlandoti di una sua amica ti dice che è bellissima, simpaticissima e bravissima, al 99.9998% sta per presentarti un cesso inenarrabile.

A questo punto, dopo avere sentito cantare le lodi della bellissima Giulia per un buon quarto d’ora, penso bene di andare a procurarmi un’altra birra per avere almeno un conforto alcolico a cui aggrapparmi durante l’imminente catastrofe.

E come volevasi dimostrare, nel giro di dieci minuti viene avvistata una balena bianca all’orizzonte. E chi può essere se non la bellissima Giulia?

Una sosia di Giulia

Si, tranne l’intimo leopardato era proprio uguale.

Grazie di esistere, amata birra. Tu che sei delizioso nettare degli Dei. Tu che mi aiuti nei momenti più difficili.

A parte gli scherzi, il peggio non è stato certo conoscere la povera infermiera sovrappeso. Ci mancherebbe, nonostante il mio interesse fosse pari a zero abbiamo comunque trascorso una bella serata scherzando e ridendo in compagnia. Sono una persona a modo, io 🙂

Il peggio, dicevo, è stato a fine serata, quando dopo avere salutato la balena Giulia, Paolo e Francesca hanno voluto soddisfare la propria curiosità:

“Allora, ti piace la Giulia?” mi chiedono all’unisono.

“No.”

“Ma come no? E’ bellissima! Ha un viso stupendo! E’ in cerca di un uomo! Come fa a non piacerti???”

“Guarda, se dimagrisse di 20-30 chili magari sarebbe veramente carina. Ma così com’è, proprio non ci siamo. E poi ha 34 anni… se non è dimagrita fino ad oggi, mi sa che ci sono poche speranze.”

Inutile dire che sono stato processato per direttissima dal tribunale della gente perbene e che sono stato giudicato colpevole di stronzaggine e superficialità.

Dovrei accontentarmi, mi dicono. Magari è grassa solo perché è sola e una volta fidanzata dimagrirebbe.  E poi è così dolce e brava. Certo è un po’ sovrappeso. Certo è più vecchia di te. Ma sei perfetto tu?

Fosse stata la prima volte che mi trovavo in una situazione del genere, avrei speso un sacco di tempo provando a spiegare che chi si accontenta non gode. Che una persona così sovrappeso ha dei problemi gravi anche a livello psicologico oltre che fisico. Che è naturale che gli uomini diano più importanza all’aspetto fisico. Che solo la settimana prima mi avevano visto assieme ad una gran bella figa.

Ma sono stanco di ripetere sempre le stesse cose a chi non mi vuole ascoltare perché ha ragione. Mi sono limitato a rispondere con un “Beh, a me non piace, punto.”. E grazie a Dio poi abbiamo cambiato argomento.

Il maestro Zen

Riporto una storia che ho letto qualche tempo fa in qualche angolo di Internet, così come la ricordo:

C’era una volta, in uno sperduto villaggio in Cina, un maestro Zen che dedicava le sue giornate alla meditazione. Era venerato da tutta la popolazione come un saggio, e perfino dalle più remote province cinesi venivano pellegrini a studiare gli insegnamenti di questo grande uomo.

Nello stesso villaggio, viveva anche una normale famiglia della quale faceva parte una ragazza adolescente. Un giorno i genitori scoprirono che la figlia era incinta.

Dato che a quell’epoca essere incinta prima del matrimonio era ragione di grande disonore, i genitori interrogarono la ragazza per sapere chi fosse il padre del bambino. La ragazza, messa alle strette, alla fine ammesse che il padre del bambino era il famoso maestro Zen.

A pochi giorni dal parto, i genitori della ragazza portarono il bambino al maestro, dicendo: “Maestro, questo bambino è vostro figlio, e ora dovete prendervi la responsabilità delle vostre azioni.”

Il maestro rispose semplicemente con un “Ah, è così?” e prese il bambino e lo crebbe con affetto e cura, come se fosse proprio. A causa di questo scandalo, la reputazione del saggio fu rovinata e nessun pellegrino si fermò più al tempio per imparare dal maestro.

Passò qualche mese e infine, straziata dai sensi di colpa, la giovane madre confessò ai genitori che il padre del bambino era in realtà un giovane ragazzo del villaggio.

I genitori della ragazza andarono quindi nuovamente al tempio del saggio e, dopo avere spiegato tutto,  chiesero di riavere il bambino.

Il maestro nuovamente rispose con un calmo “Ah, è così?” e consegnò il bambino ai suoi nonni.

Non è stato facile per me capire il senso di questa breve storia. All’inizio mi dava fastidio che il saggio ricevesse così, “supinamente” le false accuse che gli venivano poste. Se era innocente, perché accettare di avere la propria reputazione rovinata?

Poi, a poco a poco, dopo averci riflettuto per bene, ho cominciato a capire. Il maestro zen è un esempio per tutti noi. Non permette che eventi esterni turbino la sua calma interiore. Non se la prende per la perdita della propria reputazione perché un grande Uomo non è condizionato dall’opinione che gli altri gli riservano. Il saggio ha già dentro di sé tutta l’amore e la validazione di cui ha bisogno, è libero in questo senso: non deve appoggiarsi al supporto altrui per sentirsi bene, per avere stima di sé.

Quando gli viene affidato il neonato, lo cura con affetto come se fosse proprio e gode dell’esperienza. Allo stesso modo, quando restituisce il bambino lo fa senza provare alcun tipo di sentimento negativo. Il maestro è grande perché è focalizzato sul processo e non sul risultato finale. Non fa progetti sul futuro che avrà con il bambino ma invece spende il suo tempo fermo nel presente, godendo di ogni attimo e impegnandosi per fare il meglio e ugualmente per essere il meglio.

Nell’unica frase che dice, “Ah, è così?” il saggio dimostra di essere estraneo ma divertito dalla reazione della gente comune ad una possibile perdita di reputazione, da questi problemi che per i popolani sono enormi ma che per l’Uomo illuminato sono banali sciocchezze.

Allo stesso tempo pone un interrogativo che però non viene colto: “E’ così?” come a dire “Davvero? Siete sicuri? Che evidenza avete dei fatti?”. Evidentemente instillare questo dubbio è sufficiente, una volta prese le dovute considerazioni la famiglia avrebbe potuto arrivare autonomamente alla verità. Come si dice, Puoi condurre il cavallo all’acqua, ma non puoi obbligarlo a bere.

Sto diventando adrenalina-dipendente

Questo weekend ne ho combinata un’altra delle mie.

Per chi non lo sapesse, c’era il salone del mobile a Milano. E il bello di questa manifestazione non si trova certo negli stand della fiera. E’ in centro, in zona Brera o Tortona, dove dall’ora dell’aperitivo fino a notte inoltrata le strade si trasformano in un fantastico fiume umano. Si beve, si mangia, si chiacchiera e si conosce gente mentre esplori uffici e negozi trasformati in gallerie di arte moderna.

Quindi perché no, venerdì sera decido di portarci la mia bella. Ora, sono anni che ho rinunciato alla follia di cercare percheggio in centro, quindi cosa fa nostro provincialotto? Va a parcheggiare a Lampugnano e prende la metropolitana. Unico dettaglio: La metro chiude all’una di notte. E i nostri ovviamente riescono a  districarsi dal groviglio umano e raggiungere l’ingresso della metro appena dopo la partenza dell’ultimo treno…. va beh, prendiamo un taxi per il parcheggio.. tanto mica chiude di notte? E’ tutto automatico! E invece anche il parcheggio chiude all’una.

E adesso sei a Milano e devi aspettare le 6 per riscattare la macchina. E gli alberghi, dal 5 stelle che tanto non ti puoi permettere all’ostello di periferia sono tutti pieni. E il taxi per tornare a casa costerebbe 140 euro! E ovviamente non conosci nessuno che ti possa ospitare. E intanto sono le 2 di notte e i bar stanno chiudendo…

Ci sono alcune situazioni che ti mettono direttamente al confronto con le tue paure e insicurezze, siano queste più o meno giustificate. Questa era una di quelle situazioni.

Ero lì, che sudavo freddo e pensavo il mio solito oddioeadessocheccazzofaccio e nel frattempo rassicuravo la ragazza (e anche un po’ me stesso) che sarebbe andato tutto bene. Senza fare trasparire una goccia di ansia, ovviamente, perché l’Uomo deve comportarsi da tale.

E alla fine, vaffanculo, è andato veramente tutto bene. Il direttore di un ostello ha acconsentito ad ospitarci per la notte (in sala mensa, perché ovviamente tutti i letti erano occupati). E alle 6:30, ancora stanchi e assonnati, ma terribilmente sollevati, eravamo in autostrada in direzione casa.

La cosa che mi colpisce è che adesso, pensando a venerdì notte, sono quasi contento che sia successo quello che è successo. Quella sensazione, la gelida scossa di adrenalina che mi percorreva la schiena una volta realizzato che eravamo abbandonati a noi stessi, seguita dal sospiro di sollievo quando le cose hanno iniziato a riaggiustarsi… Sono questi i momenti in cui ti senti veramente vivo. Sono sensazioni che danno dipendenza.

E adesso mi trovo a fantasticare su quali altre situazioni spaventose o ansiogene posso sperimentare per mettermi alla prova. E dimostrare a me stesso che non mi manca niente, e ho la capacità di affrontare tutto. E improvvisamente, l’idea di approcciare una ragazza per strada o in un locale e fare una figuraccia o venire rifiutato sembra molto più divertente di una volta.

Citazione del giorno #4

Non devo avere paura. La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale. Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi. E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò il percorso. Là dove andrà la paura non ci sarà più nulla. Soltanto io ci sarò.

Dal film “Dune”

Siamo automi, siamo Dei

Il cane di Pavlov, illustrazione

Ultimamente mi viene spesso da pensare al famoso esperimento del cane di Pavlov. Per chi non sapesse di cosa si tratta,  riassumo brevissimamente:

Ivan Pavlov, un importante scienziato russo, stava studiando la regolazione delle ghiandole digestive. In particolare, era interessato al fenomeno della “secrezione psichica”: notò infatti che mostrando il cibo ad un animale, questo cominciava a salivare e che non appena lo stimolo visivo venisse tolto smetteva.

In un esperimento successivo che divenne poi celebre come “Il cane di Pavlov”, lo scienziato cominciò a suonare un campanello prima di dare il cibo al proprio cane. All’inizio, la salivazione dell’animale si verificava solo al momento della presentazione del cibo, ma dopo qualche tempo il cane cominciava a salivare non appena sentisse suonare il campanello.

Il cane quindi era stato condizionato a rispondere con una reazione fisica (salivare) ad uno stimolo esterno non direttamente collegato al cibo (il suono del campanello).

Questo importantissimo esperimento è valso a Pavlov il Nobel nel 1904.

Le conclusioni che possiamo trarre da questo esperimento sono abbastanza evidenti, ma permettetemi il ruolo di capitan-ovvio:  il condizionamento non è limitato solo agli animali, anzi. Come esseri umani abbiamo il più sofisticato sistema di condizionamento presente in natura.

Questo sistema è talmente integrato nella nostra realtà che nemmeno ci accorgiamo della sua presenza e dei suoi effetti.

Esattamente come il cane di Pavlov viene addestrato a salivare al solo sentire il tintinnio della campanella, anche noi abbiamo imparato fin dai primi anni della nostra vita ad associare cause a risposte secondo quanto dettato dai modelli della nostra società. Abbiamo imparato che in alcune situazioni dobbiamo arrabbiarci, in altre sentirci frustrati, preoccuparci oppure ancora sentirci bene ed essere felici, ecc…

Un’intera branca della psicologia moderna sostiene che i nostri comportamenti non sono nient’altro che le risposte che abbiamo imparato a dare ai vari stimoli esterni. I comportamentalisti accaniti sostengono che la nostra vita è una infinita serie di stimoli e reazioni, fino al giorno della morte. In pratica siamo degli automi, completamente prevedibili a patto di conoscere quali associazioni abbiamo nella nostra mente. In questa visione, il libero arbitrio è ridotto ad una pia illusione.

Personalmente credo che questa lettura del comportamento umano sia un po’ troppo semplicistica. Credo che il libero arbitrio sia proprio la caratteristica che ci definisce dagli animali. Ma – e qui viene il bello – credo che sia un diritto che esercitiamo molto raramente.

Credo che viviamo la maggior parte delle nostre ore di veglia con il “pilota automatico” acceso.  Non che questo sia necessariamente una brutta cosa: sarebbe estenuante valutare consciamente ogni piccola decisione della nostra giornata. E sarebbe ancora più estenuante monitorare ogni nostra sensazione o sentimento alla ricerca delle motivazioni nascoste per cui ci sentiamo annoiati o di buon umore. E c’è anche da dire che molto del condizionamento che abbiamo imparato è perfettamente valido e utile. (Ad esempio, siamo condizionati ad essere un po’ ansiosi prima di attraversare la strada se sentiamo il rombo di un’auto in lontananza. Questo ci permette di fermarci e controllare se sta effettivamente arrivando una macchina, potenzialmente salvandoci la vita!)

Attenzione però, perché il pilota automatico è perfettamente in grado di guidare per anni senza ricevere alcun intervento. E così ci ritroviamo un bel giorno in ufficio e scopriamo che sono già 10 anni che stiamo tutti i giorni in un posto che non ci piace a fare un lavoro che odiamo in modo da poterci permettere roba che non ci serve. E in quel singolo momento di illuminazione, finalmente ci chiediamo “Perché?” e sentiamo un nodo stringersi allo stomaco.

Ed è a quel punto che ci si presentano due scelte.

La prima è anche la più facile: tornare al comodo posto di passeggero e lasciare che il pilota automatico continui a guidare. “Certo” ci diciamo, “la mia vita non sarà perfetta, ma che ci posso fare? E poi tutti fanno come me. E devo finire di pagare il mutuo e alle 20 c’è chi vuole essere milionario su canale 5. Magari ci ripenso quando ho un po’ più di tempo.” E andremo avanti a vivere senza troppi pensieri e ogni tanto sentiremo più forte quel morso allo stomaco (che lui sì, è sempre lì) e allora ci concederemo una nuova TV o una nuova auto nella speranza di placare quel senso di vuoto.

Ma esiste sempre un’alternativa. Possiamo per una volta saltare al posto di guida, prenderci le nostre responsabilità e cominciare a decidere coscientemente che cosa fare della nostra vita. Sarà difficile e faticoso, ma possiamo affrontare di petto anni di programmazione inefficiente inflitta al nostro cervello e decidere quali saranno le nostre nuove reazioni agli stimoli che ci arrivano di giorno in giorno. Una delle cose migliori che possiamo fare, ad esempio, è decidere di essere felici sempre, e non in risposta a questo o quel successo.

Perché in fondo come esseri umani abbiamo la capacità di scegliere, di sognare, di ragionare. Ed è un peccato non usarla.