I comandamenti di Roissy

Dal suo chateau sul web, l’americano Roissy dispensa da anni perle di saggezza ed aspre considerazioni sulla realtà dell’interazione tra i sessi. Quelle che seguono sono le sedici regole , i suoi “sedici comandamenti” che dovrebbero guidare l’uomo alfa nelle sue interazioni con il gentil sesso.

Testo di Roissy, traduzione mia.

***

I. Non dire mai “Ti amo” per primo

Le donne vogliono avere la sensazione di superare degli ostacoli per vincere il cuore del loro uomo. Non sanno resistere alla sfida di catturare l’interesse di un uomo per il quale sono in competizione con altre rivali, fino a prevalere sulla sua riluttanza di premiarle con il suo interesse esclusivo. L’uomo che dà via troppo facilmente il suo cuore deruba la donna della soddisfazione di guadagnarsi il suo amore. Nonostante tu sia innamorato, non dirlo prima di lei. Mostra un compassionevole controllo per il suo bisogno di lottare. Ispirala a fare il salto per te, e lei ti ritornerà il favore mille volte.

II. Falla ingelosire

Flirta con altre donne davanti a lei. Non dissuadere le altre donne dal flirtare con te. Loro non lo ammetteranno mai, ma la gelosia le eccita. Il pensiero altre donne ti trovano attraente le stimola sessualmente. Nessuna ragazza vuole un uomo che non è desiderato da nessun’altra donna. Il partner che comanda i venti tempestosi della gelosia controlla la direzione della relazione.

III. La tua missione, non la tua donna, dovrà essere la tua priorità

Dimentica tutti quei cliché romantici dell’uomo che proclama il suo eterno amore per la donna che lo completa. Nonostante qualsiasi pretesa del contrario, le donne non vogliono essere il centro dell’esistenza di un uomo. Al contrario, vogliono essere subordinate allo scopo della vita di un uomo meritevole, per aiutarlo con il loro supporto femminile e seguire il percorso che lui delinea. Devi rispettare l’integrità della donna e non mentire dicendo che lei “è tutto per te”. Non lo è, e se lo è presto non lo sarà più.

IV. Non giocare secondo le sue regole

Se permetti ad una donna di decidere le regole lei ti risentirà con una forza che non dedicherebbe nemmeno ad uno stupratore. Sia la donna più forte che la femminista più convinta vogliono essere guidate da, e sottomesse a, un uomo ancora più forte. La polarità sta al nocciolo di una sana relazione amorosa. Lei non vuole la prerogativa di dettare il buono ed il cattivo tempo con i suoi capricci ed i suoi sbalzi di umore. Le sue emozioni sono un uragano, la sua anima un sabotatore. Pensa a te stesso come un baluardo contro la sua tempesta. Quando si aggrappa ad una colonna per resistere al risucchio dei venti o necessita di una figura autoritaria per mascherare i suoi peggiori istinti, tu devi essere li… Forte, solido, stabile, immobile.

V. Segui la proporzione aurea

Dai alla tua donna 2/3 di quanto li da a te. Per ogni tre chiamate o messaggi, rispondi con due. Tre dichiarazioni di amore ne guadagnano due. Tre regali, due sere fuori. Dalle due dimostrazioni d’amore e fermati finche non ha risposto con altre tre. Quando lei parla, rispondi con meno parole. Quando lei si emoziona, tu emozionati meno. L’idea alla base della  proporzione aurea è doppia – stabilisce il tuo maggior valore facendo in modo che sia lei ad inseguirti, e dimostra che hai l’autodisciplina per evitare di essere travolto dai suoi drammi personali. Resistere dal reciprocare tutto quello che fa per te in egual misura instilla in lei la corretta attitudine di consapevolezza del tuo maggiore valore. Che è, in fondo, proprio quello che lei desidera veramente.

VI. Lasciala immaginare

Fedeli alla loro imperscrutabile natura, le donne fanno domande alle quali non vogliono una risposta diretta. Povero l’uomo che gioca direttamente – il suo fato sarà la sofferenza del beta. Evadi, stuzzica, offusca. Lei prospera quando deve immaginare cosa pensi di lei, e recede quando sa esattamente quello che provi. Una donna vorrà anche sicurezza finanziaria e familiare, ma non vuole sicurezza nella passione. Alla stessa maniera, quando fa qualcosa di spiacevole, punisci immediatamente, ma quando fa qualcosa di buono, premiala lentamente. Premia il suo buon comportamento ad intermittenza e imprevedibilmente e lei non sarà mai stanca di lavorare sodo per compiacerti.

VII. Tienine sempre due nel sacco

Non permetterti mai di essere un “uomo occupato”. Un uomo con opzioni è un uomo senza bisogno. E’ più facile essere sfacciato con le altre donne quando disponi di una rete di sicurezza, pronta a raccoglierti se per caso scivoli e rischi una rottura, divorzio o la perdita di un potenziale, e quindi un periodo di solitudine. Una donna sa che una volta che ha dormito con un uomo ha abdicato una parte del suo potere, e che quando se ne è innamorata l’ha perso quasi tutto. Ma l’amore è effimero e col tempo lei potrebbe riscoprire il suo potere e minacciare di lasciati. E’ la sua mossa finale. Ritirare tutto il suo amore ed il suo corpo in un istante ti distruggerà l’anima se sarai costretto ad affacciarti all’abisso da solo. Sapere che ha un’altra alla quale ti puoi rivolgere per tuoi bisogni affettivi fortificherà la tua volontà e soddisferà la tua mascolinità.

VIII. Chiedi scusa solo quando è strettamente necessario.

Non chiedere scusa per ogni cosa sbagliata che fai. E’ una postura di sottomissione che nessun uomo dovrebbero adottare di riflesso, indipendentemente da quanto alfa sia. Scusarsi aumenta la richiesta di più scuse.  Lei inizierà ad aspettarsi il tuo pentimento, come un gatto si aspetta un pasto ogni giorno. E a quel punto, il tuo valore diminuirà ai suoi occhi. Invece, se hai fatto qualcosa di sbagliato, dovresti riconoscere la tua colpa con leggerezza, senza ricorrere a parole come “scusa” o “colpa”. Fai una manovra alla Bill Clinton e dì che “Sono stati commessi degli errori” oppure dille che “ti dispiace” per quello che hai fatto. Hai solo due “scusa” da usare gratuitamente nella vita della tua relazione; usali saggiamente.

IX. Connetti con le sue emozioni.

Distinguiti dagli altri uomini e connettiti al paesaggio emozionale di una donna. La sua mente è un mondo alieno che richiede un’attenta navigazione per raggiungere i tuoi punti chiave. Sguazza nel mare delle emozioni invece che nell’arido deserto della logica. Sii giocoso. Utilizza tutti i tuoi sensi. Descrivi con dettagliata ricchezza scenari che infiammano Il cuore. Dai ai tuoi sentimenti la libertà di vagare. VAGARE. Si, questa è una buona parola. Tu stai VAGANDO dappertutto, e la porti in un’avventura. In questo mondo, non c’è bisogno di finire i tuoi pensieri o raggiungere conclusioni. C’è solo bisogno di godere dell’ESPERIENZA. Tu la stai prendendo per mano e state correndo in un labirintico corridoio senza fine, ridendo e lasciando che le vostre dita scivolino sulle pietre dei muri lungo la strada.

X. Ignora la sua bellezza

L’uomo che allena la sua mente a controllare i centri del piacere del cervello quando è al cospetto di una bel viso femminile trasformerà magicamente le sue interazioni con le donne. La sua apprensione e tensione si scioglieranno, lastricando la strada verso un’interazione più onesta e controllata con l’oggetto del suo desiderio. Questa è una delle ragioni per cui i più grandi seduttori ottengono più amore di quello che riescono a gestire – grazie alle numerose esperienze con così tante belle donne perdono la loro venerazione della bellezza e, di conseguenza, la loro impotenza di fronte ad essa.Ti sarà d’aiuto acquisire la giusta mentalità in modo da smettere di usare le parole bella, carina, meravigliosa, ecc per descrivere le ragazze che ti piacciono. Invece, dì a te stesso “è interessante” o “varrebbe la pena di conoscerla”. Non complimentare mai una ragazza per il suo aspetto, specialmente se non te la stai già scopando. Spegni quella parte del tuo cervello che vuole metterla sul piedistallo. Il tipo di allenamento avanzato per raggiungere questo stato di trascendenza Zen consiste nel portarsi a letto MOLTE donne attraenti (cerca di evitare di dormire con molte donne brutte per non regredire). Presto, un amante Jedi sarai.

XI.  Sii irrazionalmente sicuro di te

Non importa la tua posizione nella vita, attraversa il mondo senza chiedere scusa. Non importa se oggettivamente non sei l’uomo migliore che una donna può ottenere; ciò che importa è che tu pensi di esserlo. Le donne hanno un istinto innato per scoprire le debolezze nell’uomo: non renderglielo ancora più facile. L’autostima, garantita o no, stimola risposte emozionali sottomissive nelle donne. Un’autostima irrazionale ti porterà più figa che un razionale pessimismo.

XII.  Massimizza le tue forze, minimizza le tue debolezze

Nel miglioramento di noi stessi come uomini attraiamo le donne nella nostra orbita. Per compiere questo risucchio gravitazionale nel modo meno doloroso e più efficiente possibile, devi identificare i tuoi doni e le tue mancanze naturali e centellinare i tuoi sforzi di seguito. Se sei un talentuoso umorista, non perdere tempo ed energie cercando di aumentare il tuo status in dibattiti filosofici. Se sai scrivere bene ma ballare male, non ammazzarti per cercare di spargere la tua influenza mascolina sulla pista da ballo. Il tuo obiettivo dovrebbe essere quello di attirare le donne senza sforzo, per cui sfrutta le tue abilita indipendentemente da quelle che sono: ci sono groupie per ogni attività maschile. Eccetto World of Warcraft.

XIII. Sii troppo sfacciato piuttosto che troppo poco

Toccare una donna in modo inappropriato durante il primo appuntamento ti porterà più avanti con lei che non toccarla del tutto. Non lasciare che la sua finta indignazione alla tua faccia tosta ti svii, lei segretamente adora quando un uomo persegue aggressivamente ciò che vuole e rende le sue intenzioni sessuali conosciute. Non devi essere uno stronzo, ma se non hai scelta, essere un grandissimo stronzo batte essere un beta educato, tutte le volte.

XIV. Scopala bene

Scopala come se fosse la tua ultima volta. E la sua. Scopala così bene, così forte, con così tanta passione che tutto ciò che rimane di lei sia un ammasso di carne tremolante e fluidi sessuali. Svuotala di tutto, e poi svuotala ancora in po’. Baciala dappertutto, facci l’amore tutta la notte, e abbracciala stretta la mattina. Possiedi il suo corpo, la sua gratitudine, il suo amore. Se non sai come, impara a regalarle orgasmi torrenziali.

XV. Mantieni il tuo autocontrollo

Sei una quercia. Non sarai manipolato da pianti, urla, bugie, giochi mentali, sottrazioni del sesso, trame di gelosia, scene pietose, shit tests, comportamenti caldo/freddo caldo/freddo, sparizioni o sensi di colpa. Lei pioverà e fulminerà tutto intorno a te e tu la riparerai finche la tempesta non sarà passata. Le non ti sradicherà e non ti trascinerà nel suo caos. Quando hai padronanza di te, avrai padronanza anche di lei.

XVI.  Non avere mai paura di perderla

Non devi avere paura. La paura uccide l’amore. La paura è la piccola morte che porta con sé la solitudine totale. Guarderai in faccia la tua paura. Permetterai che ti calpesti e ti attraversi. E quando sarà passata, ti girerai verso la tua compagna, e rimarrà solo il tuo cuore. Te ne andrai da lei quando viola la tua integrità, e lascierai che se ne vada quando il suo cuore sarà chiuso a te. La donna che ti può distruggere, ti controlla. Non darle quel potere. Ama te stesso prima di amare lei.

Più seguirai alla lettera questi comandamenti, più sarà facile trovare e mantenere il vero, sincero e incondizionale amore e la felicità nella tua vita.

[Articolo originale: The Sixteen Commandments of Poon]

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Esempio di comportamento beta

Per caso capito su questo articolo de “il giornale” (le virgolette sono d’obbligo).
Vale la veramente la pena di leggerlo, in quanto è il perfetto esempio del ragionamento dell’uomo beta.
L’articolo non è nient’altro che un breve riassunto del libro di Stefano Zecchi, il cui titolo potrebbe tranquillamente essere lamentele di un uomo beta. Tra l’altro lo stesso Zecchi è anche l’autore dell’articolo/recensione… Ma si sa che da quelle parti, il conflitto di interessi non esiste 🙂

Ma veniamo al contenuto dell’articolo. L’autore parte da un concetto sacrosanto, e cioè che ad un bambino, per crescere, servono entrambi i genitori: nello specifico, non è sufficiente solo l’intervento materno ma anche la figura del padre è di primaria importanza perché il figlio sappia farsi un’idea di cosa significa essere uomo.

Dopo poche righe però il testo si trasforma in una sorta di piagnisteo contro le cattivissime mamme che “vogliono fare tutto loro” compreso il ruolo paterno, ad esempio prendendo le decisioni principali in famiglia e comandando il marito a bacchetta.

Perché dico che questo sfogo sia un esempio del ragionamento beta? Innanzitutto perché ci troviamo di fronte ad un uomo che sostiene di non essere in grado di imporre la propria volontà alla compagna. Inoltre è evidente che l’autore non giudica gli uomini persone in grado di decidere del proprio destino, ma dei semplici pupazzi in balia degli eventi esterni: una tesi che qualsiasi uomo alfa rifiuterebbe a piè pari. Ricordate una delle caratteristiche salienti dell’uomo beta?

[…]Razionalizza il suo insuccesso con le donne (e nella vita) attribuendolo ad elementi al di fuori del suo controllo[…]

Parole sante, Roosh. Parole sante.

Ma proviamo ad analizzare i punti salienti del testo:

C’è però un luogo pubblico in cui si riconosce immediatamente il mammo: il supermercato. È impossibile non identificarlo:lo vedete un po’ curvo spingere faticosamente il carrello della spesa come il condannato ai lavori forzati spinge la carriola piena di pietre che ha appena finito di spaccare con le sue nude mani. Davanti a lui la mogliemadre impettita, sicura di sé, incede con passo ardimentoso, afferrando dallo scaffale di destra il pacco di pannolini, da quello di sinistra la confezione di omogeneizzati. Li getta nel carrello senza neppure voltarsi per vedere dove vanno a finire, perché tanto sa che il marito è esattamente un passo dietro a lei. Il mammo procede spingendo il carrello pesante, con lo sguardo vago, assente.

Siamo d’accordo Stefano, la visione di una tale dimostrazione di comportamento beta è a dir poco vomitevole. Ma come proponi di migliorare la situazione?

La madre, oggi, deve saper fare un passo indietro: sia lei a spingere il carrello della spesa e lasci (suggerisca, invogli) il marito a giocare con il figlio, perché gli trasmetta la sua maschilità e quella rappresentazione della vita che gli consentirà la formazione di un’identità precisa.

No, non ci siamo proprio. La madre fare un passo indietro? Difficile. Ella riempie semplicemente gli spazi lasciati vuoti dal rammollito del marito. Finché non sarà lui a cambiare (a fare un passo avanti!), la dinamica di coppia non può cambiare.

Come farebbe il padre dell’esempio a trasmettere la propria mascolinità al figlio quando lui stesso non ne possiede un briciolo? Il bambino a questo punto ha maggiori opportunità di impararla dalla madre!

Se il tizio avesse anche solo un accenno di testosterone nel sangue, non aspetterebbe certo che sia la donna a “concedergli” di passare del tempo col figlio secondo i propri termini. Lo pretenderebbe. O più probabilmente lo darebbe per scontato, e la semplice idea di chiedere alla moglie di fare un passo indietro lo farebbe sbellicare dalle risate.

Questo non perché il maschio alfa sia necessariamente prepotente o violento, anzi. Semplicemente egli sa di essere il principale responsabile del proprio destino, e sa benissimo che pretendere che siano gli altri a cambiare o addirittura a “cambiarci” è l’atteggiamento di chi non otterrà mai nulla dalla vita.

Si potrebbe anche tranquillamente assumere che il maschio alfa in questa situazione non ci si ritroverebbe proprio perché avrebbe con la compagna un tipo di rapporto decisamente diverso da quello descritto nella scena del supermercato di prima.

Come diceva saggiamente qualcuno, chi è causa del proprio male pianga sé stesso.

Alfa e Beta

Un concetto fondamentale nello studio della natura umana, specialmente quando ci interessiamo di seduzione, è la distinzione tra il maschio alfa e quello beta. Una volta capita la differenza, cercheremo sempre più di avvicinarci al modello Alfa e di allontanarci dalle nostre abitudini Beta. Questo non solo ci farà avere maggiore successo nelle nostre relazioni col gentil sesso, ma ci farà guadagnare maggiore soddisfazione nella nostra vita

Quella che segue è la definizione di maschio Alfa  e Beta, come descritta nel libro di Roosh, “Bang”.

Se avete mai guardato il Discovery Channel, probabilmente vi sarà capitato di vedere un documentario sui gorilla che mostra come il maschio dominante si cimenti in diversi atti sessuali con le femmine, seguito da riprese che mostano i gorilla beta che si masturbano in un angolo. Nel mondo delle scimmie, la dominanza del maschio alfa dipende dalla sua stazza, un tratto in base al quale le femmine effettuano la loro selezione. (se lo stesso fosse vero negli umani, gli unici a fare sesso sarebbero i palestrati). I maschi beta invece accettano la propria bassa posizione finche non sono pronti a prendere un rischio, sfidando il maschio alfa o creando una propria tribù.

La gerarchia alfa/beta non è molto diversa negli umani. I maschi beta accettano la loro posizione di inferiorità e lasciano che siano i maschi alfa a trombare la maggior parte delle donne desiderabili finche non sono pronti a mettersi al lavoro per diventare a loro volta alfa. Quando gli uomini vivevano in tribù, non c’erano libri o strumenti per imparare la psicologia, il comportamento e la seduzione. Se eri beta al momento della pubertà, saresti probabilmente rimasto beta a vita. Ma ora che il corretto comportamento e la giusta attitudine sono stati identificati e studiati, è molto più facile per l’uomo di oggi diventare alfa.

Diamo innanzitutto un’occhiata al maschio beta medio. Il principale tratto che lo definisce è la paura di inseguire ciò che desidera. Non vuole farlo perché pensa di non essere capace di ottenere ciò che vuole. Si preoccupa dei bisogni degli altri prima dei suoi. Accetta in silenzio di non essere rispettato. Cerca la propria identità in aree scorrelate con la sua mascolinità, come il suo lavoro alla scrivania. E’ passivo a letto e aspetta un permesso prima di aumentare l’intimità. Razionalizza il suo insuccesso con le donne (e nella vita) attribuendolo ad elementi al di fuori del suo controllo. Crede che il modo migliore per avere successo con le donne sia essere incredibilmente bello ed avere un sacco di soldi.

Il maschio alfa, d’altro canto, vive molto diversamente. Innanzitutto, fa sempre ciò che vuole. Non si preoccupa di rifiuti personali o fallimento sociale. I suoi bisogni, volontà e sentimenti vengono prima di quelli di chiunque altro. Non esistono giudizi, occhiataccie, o risate altrui che possano fermarlo dall’ottenere ciò che vuole. Non chiede il permesso. Se vuole fare sesso con una ragazza, usa la sua conoscenza e le sue abilità per fare in modo che succeda. Le sue azioni nascono dal desiderio invece che dall’insicurezza.

Il maschio alfa non si qualifica. Non spiega i suoi difetti ed i suoi fallimenti. Accetta sé stesso, in un modo o nell’altro. Non si vanta dei propri successi. Non ha bisogno di essere validato da una donna perché sa che lei non può dargli ciò che egli non può dare a sé stesso. Critiche e complimenti hanno solo un effetto temporano su di lui perché egli ha già accettato i suoi punti di forza e le sue debolezze.

Il maschio alfa non si cura di ciò che gli altri pensano di lui. Si presenta nel modo che lo fa sentire più comodo. Si interessa a qualcosa perché gli piace e gli si addice, non per essere trendy o perché è qualcosa che “dovrebbe” fare. Non si guarda allo specchio ogni dieci minuti per sistemarsi i capelli. Non si preoccupa di farsi finte abbronzature o depilazioni.

Il maschio alfa non chiede scusa per essere un uomo che ha bisogni sessuali. Non nasconde le proprie intenzioni con le donne, in modo che sappiano come fornirgli ciò che lui vuole. Se una donna non è a proprio agio con l’idea di fare sesso, egli ne trova una che lo sia. Non ha intenzione di aspettare che una donna serva i suoi bisogni. Non si preoccupa se una donna lo rifiuta a letto – se non lo ottiene da lei, lo otterrà da un’altra. Come essere sessuale, pretende che le donne lo siano altrettanto con lui.

Il maschio alfa vive nella propria realtà. Dirige l’interazione nel modo che preferisce controllando il ritmo e iniziando l’escalazione sessuale. Crede che sia nella natura della donna di sottomettersi ad un uomo forte. Capisce che se non si preoccupa lui dei suoi bisogni, neanche una ragazza lo farà. Non lascia che sia la donna a controllare l’interazione perché sa che il risultato sarà che lei otterrà ciò che vuole (attenzione e validazione) alle sue spese.

Il maschio alfa ha grosse aspettative dalle sue donne. Non fa qualcosa di carino senza aspettarsi di ottenere qualcosa. Pretende che una ragazza che meriti la sua attenzione sia fisicamente attraente, interessante e sessualmente sicura. Se una ragazza gli dice che sarà disposta a fare sesso solo dopo mesi di corteggiamento, non la seguirà. Rende chiaro che non è su questa terra per rifornirle di alcool e cibo gratis. Tutto ciò che lei ottiene da lui deve guadagnarselo.

E, cosa più importante di tutte, il maschio alfa è sempre disposto ad andarsene. Il suo potere sulle donne risiede nel tempo e nelle energie che egli sceglie di spendere con loro. Capisce che questa mentalità sarà notata dalle donne che incotra, e che come risultato loro lo tratteranno con cura e rispetto. Egli rende chiaro, controllando la quatità di attenzione che dà, che non è disposto a tollerare un atteggiamento irrispettoso o frigido. Se a lei non piace la sua attitudine, è libera di trovare qualcun’altro che la sopporti, perché lui sa che ci sono tante altre donne che sanno come comportarsi. Non importa quanto lavoro ha investito in una donna, egli non esiterà a lasciarla se lei non risponde nella giusta maniera.

Delusion Damage: Cosa succede veramente tra uomini e donne

[In questa serie, pubblico la traduzione in Italiano di alcuni articoli del sito Delusion Damage. Hanno cambiato la mia vita ed il mio modo di pensare, spero possano essere una lettura interessante anche per voi!]

Come abbiamo spiegato in precedenza, la specie umana è divisa in due diversi generi, maschile e femminile, entrambi provvisti di differenze nel funzionamento dei propri corpi, menti ed istinti. Differenze dovute principalmente alle diverse sfide che abbiamo dovuto affrontare nel nostro passato evolutivo. Ricorderai anche che ogni parte di noi è costruita principalmente per facilitare la sopravvivenza e riproduzione, e che questa è la prima direttiva che motiva tutto il nostro comportamento.

Essere umani, costruiti con progetti vecchi 50mila anni, nel nostro mondo moderno causa importanti cambiamenti nel nostro comportamento. Ovviamente, non andiamo a caccia armati di lance e non ci mettiamo a raccogliere radici e frutta per sfamarci. La parte di “sopravvivenza” della nostra missione istintiva è per lo più soddisfatta. Andiamo al supermercato due volte la settimana, compriamo del cibo, lo portiamo nelle nostre caverne super-tecnologiche che ci fanno stare caldi e comodi indipendentemente dal tempo meteorologico, e mangiamo e dormiamo sotto la protezione della società contro predatori umani o animali. Raramente capita che la sopravvivenza di un moderno occidentale possa venire messa in discussione.

Ovviamente, tutto ciò richiede del denaro, e la maggior parte di noi lavora per ottenerlo. Siamo abituati a pensare che lavoriamo per sopravvivere, ma questo non è strettamente vero. Con, diciamo, 10.000€ l’anno, una persona in salute può sopravvivere perfettamente. Infatti, lo standard di vita che ci possiamo permettere con questi soldi sarebbe considerato opulento dalla maggior parte dei nostri antenati. La maggior parte di noi dovrebbe lavorare solo per una piccola frazione del tempo che usiamo adesso per sopravvivere.

Perché allora ci ostiniamo a lavorare così duro se non per la nostra sopravvivenza? Per la nostra riproduzione, ovviamente. Le molte ragioni che le persone trovano per giustificare le proprie scelte di carriera possono sembrare varie, ma possono essere quasi completamente definite in due categorie. Quella rara è che si sceglie di lavorare più dello stretto necessario semplicemente per il piacere di farlo. In altre parole, perché gli istinti interpretano il lavoro come avente valore di S&R anche se magari non ne ha.

Nell’altra condizione, molto più comune, le persone fanno lavori che non amano particolarmente per più tempo dello stretto necessario, e se gli chiedi perché, ti daranno una moltitudine di motivi. Alcuni sono riconducibili all’idea che tramite il lavoro possano ottenere qualcosa che li renderà felici (un’idea veramente da riconsiderare),  mentre gli altri motivi tendono ad essere più o meno collegati al successo riproduttivo. Le persone lavorano duro per permettere una “buona vita” ai propri figli, per ottenere posizioni di comando o di prestigio in modo da avere più potere o “status” sociale, per permettersi stili di vita opulenti ben al di là dei propri bisogni, o semplicemente per conformarsi all’idea della nostra società che dice che devi lavorare duro.

Provvedere per la propria prole è di ovvio interesse per la riproduzione e non richiede una maggiore spiegazione. Posizioni distinte, di comando o di fama cadono tutte nelle categorie di potere e status sociale. Gli stili di vita opulenti servono, certo, parzialmente per il comfort, ma raramente una persona lavorerebbe 80 ore la settimana leggendo documenti legali o altro solo per comprare una bella casa dove spendere la mezzora di tempo libero che avrà di sera. Una motivazione molto più importante per comprare la bella casa o la macchina sportiva o il campo da golf privato è, ancora, lo status sociale che le altre persone ti riconosceranno per i tuoi possedimenti. Conformare alle aspettative della società ti fa guadagnare l’approvazione delle altre persone, che è un’altra forma di status sociale.

Alla fine, è tutta una questione di potere e status sociale, che sono poi la stessa cosa. Il potere ti dà status sociale e lo status sociale ti dà potere: sono forme diverse della stessa moneta, come le banconote e le carte di credito. Che cosa, allora, rende lo status sociale così dannatamente desiderabile e rilevante dal punto di vista della riproduzione? La risposta è molto semplice.

Le donne sono attratte dai segni di status sociale negli uomini.

Di tutte le caratteristiche che un uomo può esibire, quelle che segnalano un alto status sociale sono le più attraenti per le donne. E’ per questo che essere ricco ed essere famoso possono avere effetti simili sul successo con le donne di un uomo: sono entrambe forme diverse della stessa cosa, potere o status sociale. Attirare le donne significa successo riproduttivo per un uomo, ed è questa la motivazione istintuale che si nasconde dietro molte delle conquiste del genere umano: l’hanno fatto per il sesso. Gli uomini sono costruiti per desiderare il successo perché il successo genera status che a sua volta genera sesso. Questa è anche la ragione per cui la maggior parte delle figure storiche importanti sono di sesso maschile. Non è verosimile che tutti gli uomini del mondo hanno in qualche modo cospirato sin dall’alba dei tempi per “opprimere” le donne e non lasciare che fossero figure storiche importanti, come suggerisce l’ideologia tipica della misandrìa, così come non è verosimile che tutte le donne siano fisicamente incapaci di fare qualcosa di significativo, come suggerisce l’ideologia misogina. Entrambe queste idee sono ridicole. La vera spiegazione è semplice: le donne non hanno la spinta istintuale di fare straordinari sacrifici per realizzare qualcosa di notevole in modo da ottenerne del sesso. Le donne non devono realizzare nulla per ottenere il sesso, esso è sempre loro disponibile gratuitamente a causa dello sbilancio dei costi nelle strategie di riproduzione tra uomini e donne.

Perché, allora, anche le donne lavorano duro e si battono per ottenere status sociale? La spiegazione che lo fanno per attirare gli uomini di qualità migliore sembra facile ed allettante, e a volte questo può essere effettivamente il motivo “cosciente” dietro queste scelte, ma non è una valida strategia di riproduzione. Perché?

Perché gli uomini non sono attratti dai segni di status sociale nelle donne.

Molte donne lavorano duro tutta la vita per fare carriera e non riescono a capire perché non riescono a fare in modo che un uomo di alto status si impegni con loro. La risposta è che stanno affrontando il problema nel verso sbagliato. Stanno proiettando ciò che attrae la loro mente femminile sulla mente maschile, ma il meccanismo maschile per l’attrazione sessuale è, per ragioni evolutive, diverso da quello femminile. Ricorda, il ruolo naturale del maschio è quello di provvedere alla sopravvivenza mentre il ruolo naturale della femmina è quello di provvedere alla riproduzione. E’ per questo che le donne sono attratte dallo segni di status negli uomini mentre questi ultimi non ne sono attratti.

Gli uomini sono attratti dai segni di fertilità nelle donne.

Ecco perché la giovane stagista col corpicino sodo va a letto col presidente. L’alto status di lui attrae lei, e l’alta fertilità di lei attrae lui. E’ fatta. Non importa quanto potere abbia la moglie di lui, è comunque molto meno fertile ed i suoi istinti lo sanno.

C’è ovviamente un’altra ragione per cui le persone cercano disperatamente di ottenere status sociale, e ne abbiamo parlato prima: l’ego. Sin dall’infanzia ci hanno insegnato a credere che non possiamo essere felici senza una ragione logica da usare per convincere gli altri che siamo almeno altrettanto bravi. Lo status sociale è il candidato ideale come il tipo di cosa che può alimentare l’ego. Ovviamente, imparare a costruire autentica fiducia in sé stessi e ad essere felici indipendentemente dalle circostanze è un’alternativa molto più salutare e meno complicata che cercare di pompare l’ego con lo status sociale.

Questo lascia le necessità riproduttive come l’unica ragione per rincorrere lo status sociale. Come abbiamo detto, esso non funziona per le donne perché il loro status sociale non attira gli uomini, ne deduciamo quindi che l’idea di doverlo rincorrere per necessità riproduttive da parte di una donna è un’illusione ed ella non fa altro che danneggiarsi comportandosi così. Per gli uomini invece funziona, ma è difficile e doloroso e c’è un’alternativa molto, molto più facile. Rincorrere le donne alla maniera difficile, quando si conosce l’alternativa più semplice ed efficace è pazzia. L’illusione che lo status sociale sia indispensabile per attirare le donne causa danni incalcolabili in una miriade di forme, che discuteremo meglio più tardi. Per adesso, diamo uno sguardo all’alternativa migliore:

Ti ricordi cosa attira le donne? E’ lo status sociale? No. Sono i segni di status sociale. Questi segni sono largamente comportamentali, e questi comportamenti, che colloquialmente chiamiamo “gioco“, possono essere imparati. Imparare a comportarsi come un uomo di alto status attrae le donne esattamente come avere l’alto status ed è molto, molto più facile. E’ “imbrogliare”? Forse un po’. Certamente non lo è più che truccarsi, indossare reggiseni “push up” e tutte le altre cose che le donne fanno per sembrare più fertili ed attraenti. E chi stiamo imbrogliando, in ogni caso? Solo il processo di selezione naturale. E sinceramente, il processo di selezione naturale viene preso a calci in culo tutti i giorni da contraccettivi, aborti, trattamenti per la fertilità, dal welfare e da una miriade di altri prodotti della civiltà. In aggiunta, come esseri umani, non siamo interessati alla selezione naturale tanto quanto ci interessa la nostra felicità, quindi questo conflitto non esiste proprio. Lasciamo che le donne si rendano il più attraenti possibili e che gli uomini si comportino nel modo più attraente. Quanto più il nostro ambiente è pieno di persone attraenti, tanto più diventa divertente viverci.

Se ci deve essere competizione sessuale, facciamo che sia di un tipo che non sia così dispendioso, doloroso e dannoso come lo è la catena lavoro-soldi-potere che lega molte persone ed i loro sforzi. Lasciamo che le persone aumentino la propria attrattività nel modo più facile e meno dannoso che possiamo trovare.

Molto di ciò che le persone fanno nel poco tempo che rimane dopo il lavoro è fatto per interesse riproduttivo. Le persone si allenano in palestra, spendono ore truccandosi e vestendosi in costumi selezionati con cura, svolgono attività ed esercitano le proprie abilità per far colpo sugli altri, e si ritrovano in vari tipi di “mercati delle carni” per mostrare i loro beni e cercare potenziali partner. Se facciamo qualsiasi cosa che non aumenta il nostro potenziare riproduttivo, o che non viene fatto nell’idea sbagliata che aumenterà il nostro potenziale riproduttivo, è di solito qualche passatempo leggero che scegliamo perché siamo troppo stanchi per fare altro. Guardiamo la TV, giochiamo ai videogiochi, perdiamo tempo su internet… Aspettiamo fino al momento in cui le richieste delle nostre illusorie strategie di riproduzione vengono a farci pressione di nuovo.

Perché così tanti di noi sono così illusi nei loro tentativi di seguire i propri istinti riproduttivi? Come nel caso dell’azienda che si assicura di non risolvere mai i tuoi problemi, la risposta dipende dalle persone che vogliono farti lavorare duro in modo da massimizzare il proprio profitto finanziario. I soldi sono la risposta. La pubblicità e la cultura popolare ti dicono che devi guadagnare sempre più soldi che ti porteranno status sociale, e che puoi spendere per cose che a loro volta ti porteranno status sociale. Status che, ti vogliono far credere, è la migliore e unica strada verso la soddisfazione dei tuoi istinti riproduttivi.

Questo messaggio funziona in modo abbastanza naturale sugli uomini, che sono già naturalmente predisposti a procacciarsi status sociale. Non funzionava però molto bene sulle donne, e questo non piaceva agli speculatori che non erano soddisfatti di ottenere profitto solo da metà della popolazione. Avevano bisogno di fare in modo che anche le donne lavorassero duro per ottenere status sociale e, nel corso dell’ultimo secolo, hanno impiegato una strategia che si è dimostrata piuttosto efficace.

All’inizio del secolo scorso, alcuni tra i più ricchi imprenditori del tempo, tra i più ricchi uomini della storia fino ad allora, uomini che avevano fatto la propria fortuna in gran parte utilizzando pratiche finanziarie predatorie e distruttive che avrebbero causato la caduta del mercato azionario nel 1929 e la Grande Depressione, utilizzarono le proprie risorse per inventare uno schema che invitasse anche le donne nei loro meccanismi.

Finanziarono il più grande sforzo nella storia umana per inculcare idee illusorie alle donne. Idee che avrebbero causato grandi danno non solo nelle vite delle donne che ci avrebbero creduto, ma nelle vite di ogni uomo e donna della società, illusioni che nel corso del secolo a venire avrebbero portato la nostra civilizzazione sull’orlo del collasso. Che sapessero o meno quali sarebbero stati i risultati delle proprie azioni è discutibile, ma questo è ciò che fecero per guadagnare ancora più soldi:

Questi uomini ricchi e potenti fondarono un movimento che sosteneva – preparatevi a ridere – di contrastare il regno degli uomini e promuovere uguaglianza tra tutte le genti. Il movimento femminista riuscì a far credere alle donne che erano mentalmente uguali agli uomini, che avrebbero dovuto volere le stesse cose che gli uomini volevano, e che qualsiasi infelicità avessero nelle proprie vite fosse causata dal non avere ciò che gli uomini avevano e, nello specifico, che questa colpa fosse da addossare agli stessi uomini che avevano intorno – i loro padri, mariti, fratelli e figli – che, secondo le femministe, avrebbero “oppresso” le donne durante tutta la storia umana e non avrebbero quindi permesso loro di ottenere la felicità.

Sembra difficile credere che una serie tale di evidenti menzogne ed impossibilità logiche sia riuscita ad ottenere il favore della popolazione come è successo, ma questo dimostra come, con abbastanza soldi e pubblicità, puoi far credere alla gente quello che vuoi. Finanziato dai soldi degli uomini potenti, il movimento che sosteneva di combattere il potere maschile ottenne costantemente potere. Abolì leggi che riconoscevano la differenza tra uomini e donne, e creò un’atmosfera culturale dove il semplice sostenere che ci possono essere differenze tra uomini e donne viene immediatamente penalizzato in termini di status sociale.

Creò nuove leggi ed attitudini culturali per avvantaggiare le donne in quelle aree dove gli uomini avevano un vantaggio, e lasciare intatte quelle aree di legge e cultura che favorivano le donne agli uomini. Se  il femminismo fosse mai stato per l’uguaglianza, non si sarebbe mai chiamato “il movimento delle donne”. L’uguaglianza era solo il loro specchio per le allodole. Il singolo obiettivo del femminismo è quello di dare più potere alle donne. Non ci sarà mai una discussione all’interno del movimento dove si decida che l’uguaglianza è stata raggiunta e che è tempo di diminuire la fame di potere, perché l’intera ideologia del femminismo è basata su un’ideologia distruttiva di conflitto. Questa ideologia è basata su un’idea di “oppressione” che deve essere “combattuta”, e come ogni guerra questa non è finita finché un lato non ha tutto il potere e l’altro è stato sconfitto.

Anche le femministe di oggi credono che la loro infelicità è causata dagli uomini che le “opprimono” e le “rendono” infelici, che è un’idea illusoria sia per il semplice motivo che abbiamo menzionato qui, che per la ragione totalmente differente eppure egualmente corretta di cui abbiamo parlato qui. In aggiunta, credono che ciò di cui hanno bisogno per raggiungere la felicità è di prendere il potere dalle mani degli uomini in modo da essere loro ad utilizzarlo. Questa è un’illusione che incorpora diverse altre illusioni, in primis che possono ottenere la felicità tramite l’acquisizione, in secondo luogo che ciò che funziona per gli uomini funziona anche per le donne, ed in terzo luogo che ottenere il potere “funzioni” del tutto per gli uomini.

Convincendosi che sono in una “battaglia” e che vengono “colpite” da un “nemico” che deve essere “combattuto“, le femministe si rendono costantemente arrabbiate, condizione che le allontana ancora di più dal loro obiettivo di felicità. E’ molto difficile essere insieme arrabbiata e felice.

Il movimento femminista è condannato ad essere costituito principalmente da donne arrabbiate, infelici, affamate di potere, che non ottengono mai il risultato che cercano perché lo stanno inseguendo in una maniera completamente illusoria che non riflette la realtà. E’ difficile essere felice per una femminista, o essere femminista per una donna felice. Le due condizioni si respingono a vicenda perché una è costruita intorno all’accettazione la natura della realtà mentre l’altra è costruita sul suo rifiuto.

Se l’unico danno causato dall’ideologia femminista fosse limitato al gruppo di persone che ci credono, la situazione non sarebbe poi così grave. Ma ahimè, tutto condiziona tutto il resto ed il danno del femminismo ci condiziona tutti. Le leggi illusorie e attitudini culturali che le femministe sono riuscite a promuovere abusano e confondono continuamente innumerevoli persone che avrebbero il potenziale di vivere vite felici. Le donne lavorano duro e così facendo non riescono ad attirare gli uomini, gli uomini cercano di mettersi più in contatto con il proprio “lato femminile” per essere più appetibili alle donne e così facendo perdono qualsiasi comportamento attraente avessero in partenza. Alle donne viene insegnato che devono sentirsi inorridite ogni volta che vengono spontaneamente toccate da un uomo, e gli uomini vengono condannati per “molestie sessuali” causate dal trattare le proprie conoscenze femminili allo stesso modo in cui hanno sempre trattato quelle maschili – che è esattamente ciò che le femministe gli hanno detto che dovrebbero fare.

Davvero, la sofferenza creata nelle interazioni tra uomini e donne dalle illusioni femministe è incommensurabile. Ma i danni non si fermano qui. Le leggi femministe che prendono da chi lavora, produce e sostiene la civiltà e danno a chi non fa altro che lamentarsi stanno portando velocemente la nostra società alla bancarotta. La produzione è disincentivata e il pigro lamentarsi è incentivato. Ciò che vediamo accadere attorno a noi oggi è che le persone, ovviamente, diventano sempre meno vogliose di essere membri utili della società e cercano il più possibile di campare sulle spalle dei poveri stupidi che credono che l’unica soluzione sia lavorare. Il fascino del crimine cresce tra i delusi aspiranti lavoratori, l’animosità cresce tra i sessi, la sicurezza del nostro ambiente diminuisce per tutti noi, e giorno dopo giorno, il mondo diventa un posto peggiore dove vivere.

Se sembra che stia improvvisamente dicendo che le persone devono lavorare duro alle proprie carriere, lasciatemi chiarire: l’incredibile mole di lavoro che viene svolto nella nostra società serve solo a coprire l’incredibile livello di consumo, che serve solo a supportare le illusioni di cui abbiamo parlato prima. La società in cui viviamo è costruita su queste illusioni e collasserebbe senza il ciclo di consumo e lavoro. I programmi del diritto femminista che rendono il lavoro meno attraente contribuiscono direttamente al crollo della nostra società, senza offrire alcuna soluzione al problema che stanno contribuendo a creare. Il femminismo non è l’unica causa del declino della società occidentale, ma è un fattore importante nel creare ed aggravare un problema al quale non può fornire una soluzione, nel contempo rifiutandosi di ammettere ogni responsabilità.

Una donna che scopre la verità a proposito della propria ricerca di status sociale e riduce la propria quantità di lavoro ai livelli necessari per la sopravvivenza, e un uomo che impara “il gioco” e fa lo stesso, stanno riducendo il proprio consumo in proporzione con la riduzione della propria produzione, e smettono quindi di contribuire al violento collasso della società per contribuire invece ad una controllata discesa del ciclo di consumo. Questo processo è intrinsecamente bilanciato. Anche se ogni uomo e donna facessero così, staremmo più o meno bene. Ma, in un sistema che punisce chi produce e premia chi non lo fa, non è bilanciato. In questo sistema, essere un produttore è sempre svantaggioso e presto la produzione diminuirà al di sotto dei livelli necessari a sostenere il sistema, e il sistema collasserà. Questo è il tipo di sistema che il femminismo ha creato a partire dalla nostra società, e in questo momento siamo testimoni del collasso che sta gradualmente accelerando, e questo è veramente una brutta notizia per tutti noi.

Qual’è, allora, la risposta?

Cosa dobbiamo cercare di salvare della nostra società, e come?

Una volta che realizziamo che il ciclo del consumo non serve a niente, non per essere felici, non per essere attraenti, siamo pronti a liquidare la malata ed illusa forma di organizzazione sociale che serve a supportarlo. Una volta capito che non possiamo condonare programmi di diritti sbilanciati che disincentivano e alla fine uccidono la stessa produzione da cui dipendono, si manifesta il bisogno di un sistema migliore per provvedere alle necessità di chi non può badare a se stesso.

Sembra un problema difficile da risolvere?

Beh, non è compito nostro – è stato già risolto per noi. La soluzione è disponibile da quasi quarant’anni, ed è tempo che ognuno di noi la impari…

[Articolo originale: What’s Really Going On Between Men and Women.]

Delusion Damage: Ottenere quello che vuoi non ti renderà felice

[In questa serie, pubblico la traduzione in Italiano di alcuni articoli del sito Delusion Damage. Hanno cambiato la mia vita ed il mio modo di pensare, spero possano essere una lettura interessante anche per voi!]

Da dove arriva la felicità?

Questa è la domanda più importante che l’uomo si sia chiesto sin da quando abbiamo iniziato a scoprire la natura del nostro mondo e di noi stessi. Tutto ciò che facciamo lo facciamo per essere felici, eppure molti di noi non arrivano mai a quel traguardo.

Rincorriamo la felicità in diversi modi, il più ovvio è cercare di avere le cose che vogliamo. Molti credono che se vuoi qualcosa, deve essere perché ottenerlo ti renderà felice, e quindi vanno rincorrendo le cose che vogliono. Ricorderai dall’articolo precedente che questo è il principale trucchetto escogitato da Madre Natura per costringerci ad essere ottime macchine da sopravvivenza e riproduzione. Ricorderai anche che proprio per questa ragione questo modo di fare non ti renderà mai felice, o perfino soddisfatto, molto a lungo.

Alcune persone affrontano questo problema in modo analitico e cominciano a chiedersi cosa manca nelle loro vite per essere felici. Possono guardare gli altri e pensare “Oh, Tizio ha XYZ ed è felice e io non lo sono, perciò devo avere XYZ anche io per essere felice”. Quindi lavorano duro per raggiungere Tizio e quando si finalmente accorgono che neanche così sono felici, pensano “oh, mi sono sbagliato, è ABC che rende Tizio felice, è quello che devo avere”, ed il ciclo si ripete all’infinito. Un giorno potrebbero anche ubriacarsi e confessare a Tizio che lo invidiano, e Tizio potrebbe dir loro che neanche lui è felice, ma cerca di sembrarlo il più possibile.

Un vecchio proverbio dice:

“Ci sono due modi per essere infelici. Uno è non ottenere quello che vuoi. L’altro è ottenerlo.”

Quando non ottieni quello che vuoi, almeno hai qualcuno da incolpare per la tua infelicità. Se ottieni quello che vuoi e ti rendi conto che non sei ancora felice, allora ti sembra di impazzire. Le persone che improvvisamente ottengono ciò che vogliono, che ad esempio vincono la lotteria o realizzano il proprio desiderio di diventare una pop-star, possono avere veri problemi per questo. Tutti i giorni sentiamo di celebrità che si comportano in modo strano, esagerando con la cocaina o rasandosi la testa all’improvviso o suicidandosi in una stanza d’albergo. Ti sembra questo il comportamento di una persona felice? E’ quando le cose vanno per il meglio che puoi aspettarti il peggio se continui a pensare che qualche successo o qualche acquisto possano renderti felice.

Altri danno la colpa alle circostanze: “Se solo questa situazione non fosse così, allora sì che sarei felice”. Se questi si trovassero sdraiati in mezzo all’autostrada mentre arriva un TIR  potrebbero avere ragione, ma il più delle volte non è così e sono vittime di un’illusione. Non sarebbero molto più felici se le circostanze cambiassero, troverebbero qualcos’altro a cui dare la colpa. Queste persone vogliono solo trovare un capro espiatorio in modo da non sentirsi infelici e causa della propria infelicità. L’ironia della situazione è che, come ricorderai dal post precedente, assumersi la responsabilità per i propri problemi è proprio il primo passo per risolverli. Ma finché queste persone si rifiuteranno di farlo avranno ben poche speranze di migliorare la propria situazione. Le circostanze a cui la gente da’ la colpa per la propria infelicità possono spaziare dal dove si vive al proprio lavoro a più o meno qualsiasi cosa, comprese le altre persone. Incolpare un’altra persona o uno specifico gruppo di persone per la propria infelicità è sfortunatamente abbastanza comune e, non c’è bisogno di dirlo, è fonte di grande animosità, conflitto e sofferenza inutile.

Da dove si trae, allora, la felicità? Ci sono persone che hanno viaggiato tutt’intorno al globo per trovare una risposta a questa domanda. Nonostante ciò, la risposta ha eluso perfino molti dei più grandi pensatori della storia umana, e sono inclinato a pensare che sia perché la felicità non può essere raggiunta pensando. Non può essere comprata o mangiata o scopata o conquistata. Non può essere “ottenuta” da niente, perché niente al di fuori di te può renderti felice. La felicità può solo arrivare da dentro, e ce l’hai fin da quando sei nato.

La felicità è uno stato predefinito.

I bambini ce l’hanno quando vengono al mondo. Non hanno bisogno di “un motivo” per essere felici, semplicemente lo sono. Tranne quando c’è una emergenza immediata come ad esempio la fame o una ferita, un bambino tende naturalmente verso uno stato di felicità e serenità. La felicità è semplicemente l’assenza di sofferenza.

Questa non è una novità. E’ un’antica perla di saggezza, vecchia come il tempo, che è stata ripetuta in una innumerevole varietà di forme almeno dai tempi del Buddha, se non prima. E in qualche modo, al di sotto del velo del nostro autoinganno naturale, lo sappiamo tutti. E’ incorporato nel nostro linguaggio: la parola “infelice” implica una mancanza di felicità, che la felicità che avevi ti è stata portata via. Non diciamo che una persona povera è “in-ricca”. La diamo per scontata nei bambini, se un bambino non è felice gli chiediamo che c’è che non va. Ma non lo chiediamo agli adulti. I boscimani lo fanno. La nostra società e la nostra cultura ci hanno illusi nel credere che l’infelicità è lo stato predefinito e che in qualche modo dobbiamo conquistare la felicità. Non è vero. Siamo nati con la felicità e abbiamo semplicemente imparato a reprimerla. Basta smettere di farlo per farla riemergere. Abbiamo già tutte le “cose” che ci possono servire. Ci sono persone nei ghetti del terzo mondo che sono più felici del milionario medio. Non c’è niente che ci impedisce l’accesso alla felicità, tranne noi stessi.

Tutto ciò ti sarà anche sembrato abbastanza ovvio come passo logico successivo alla realizzazione che puoi decidere se qualcosa ti farà arrabbiare o no. In ogni caso, possiamo applicare la stessa avvertenza di prima: proprio come è difficile che diventerai calmo e sereno come il maestro zen nel giro di un giorno, difficilmente basterà uno schiocco di dita per ripristinare la tua felicità predefinita. Capire la verità sulla natura e l’origine della felicità è comunque un buon punto di partenza, ed il futuro non può che portare progresso.

Come abbiamo fatto, allora, a sfuggire alla felicità che dovrebbe già essere dentro di noi? Come abbiamo fatto a perdere ciò che avevamo alla nascita?

Pensa al motivo per cui i bambini piccoli sono felici. Cosa diresti se ti chiedessi di spiegarlo? Potresti dire che i bambini non sembrano preoccuparsi di nulla, passato o futuro, che non vogliono nulla che non hanno già, e che non si aspettano nulla dal futuro. Queste idee sono ripetute nella saggezza Buddista, che insegna che tutta la sofferenza è causata dal desiderio: il desiderio di avere qualcosa che non hai, il desiderio di modificare il passato o condizionare il futuro, il desiderio di fare in modo che le altre persone si comportino in un qualche modo sono tutti esempi di desideri che causano sofferenza. Tutti sappiamo che le persone che si preoccupano troppo dei problemi futuri sono meno felici di quelli che non se ne preoccupano, anche se hanno entrambi lo stesso problema. Non è l’esistenza di un problema futuro che fa soffrire, è l’atto stesso di preoccuparsene. Preoccuparsi è soffrire.

Entrambe le parole “volere” e “necessitare” indicano una “carenza”, che qualcosa che dovrebbe essere in tuo possesso invece ti manca. Se dici che vuoi o hai bisogno di cibo stai comunicando che il cibo deve stare nel tuo stomaco e che il tuo stomaco non è completo senza cibo, ma soffre della sua assenza. Questo è corretto perché hai bisogno di cibo per sopravvivere. Se dici che vuoi vestiti nuovi e alla moda, similarmente stai comunicando che stai soffrendo di una mancanza di vestiti, e che sei incompleto senza un nuovo abito. Questa è invece un’illusione.

Eppure è proprio di questo che ci convinciamo da bambini, ed è così che perdiamo la nostra felicità innata. Cominciamo a formare gruppi e relazioni sociali, e comunichiamo con le altre persone. Attraverso la comunicazione impariamo che non siamo autorizzati a sentirci bene o a godere dell’accettazione dei nostri pari se non possediamo i vestiti della marca giusta o se non parliamo nel modo giusto o se non guardiamo i programmi giusti in TV. E ci crediamo. Mentre tutti ci parlano di questo, diventa sempre più difficile ricordare il consiglio dei nostri genitori di non lasciare che la disapprovazione delle altre persone abbia potere su come ci sentiamo. Per cui abbocchiamo al sistema, ci compriamo i vestiti ed impariamo lo slang e assorbiamo dai mass media l’intrattenimento che a sua volta ci inculca i suoi messaggi.

Ma è tutta una menzogna. La nostra felicità non dipende da nessuna di queste cose. Anche l’approvazione dei nostri pari non dipende da esse, nonostante ci venga inviato ripetutamente e forzatamente il messaggio opposto. L’approvazione dei nostri pari dipende da qualcosa di completamente diverso, qualcosa che i giovani di ogni generazione creano con le proprie parole perchè associano le parole della generazione precedente alla vecchiaia e all’opposto della qualità che cercano di descrivere con le nuove parole. Non ho idea di quale parola venga usata nei cortili oggi, ma credo che tra le molte parole che vengono associate a questa qualità, quella che tu ed io conosciamo meglio è “fico”.

L’approvazione dei tuoi pari dipende da quanto sei “fico”, e contrariamente a quanto chi indossa un particolare tipo di abbigliamento vorrebbe farti credere in modo da sembrare più fico ai tuoi occhi, questo non dipende dal tipo di vestiti che indossi. I vestiti vanno di moda quando vengono indossati da persone fiche. Per essere fico, non c’è bisogno di comprare nulla che conformi agli standard di qualcun altro. Se sei fico, sei fico indipendentemente da ciò che indossi, e se non lo sei, indossare qualcosa di specifico non ti renderà fico. Anzi, cercare di essere fico è il metodo più sicuro per non esserlo.

Ma i bambini credono a ciò che gli viene detto, e cercano al meglio delle loro possibilità di essere “fichi”. Iniziamo a preoccuparci di essere fichi, iniziamo a riempire le nostre menti di questo desiderio, e iniziamo a perdere il nostro stato predefinito di felicità. Un grosso problema nel volere qualcosa è la paura di perderlo, o di non ottenerlo mai. La preoccupazione e la voglia e la paura sono proprio le cose che ci fanno perdere la felicità, ma quando questo accade siamo troppo giovani per realizzare cosa fare, e seguiamo tutti gli altri ed iniziamo una mastodontica catena di danno da illusione che ci farà male per gli anni a venire, forse fino al nostro ultimo giorno se non impariamo a spezzarla.

Per combattere la nostra nuova infelicità, iniziamo ad inventarci ragioni logiche per sentirci bene. “Guarda, ho questi vestiti e pratico questo sport e si dice in giro che io piaccia ad una ragazza a scuola: questo vuol dire che sono fico e posso sentirmi felice.” Iniziamo a costruire quello che è chiamato ego. La parola “ego” è utilizzata per tante cose, ma in questo caso sto parlando di quell’insieme di idee che abbiamo a proposito di noi stessi che costituiscono la nostra immagine pubblica positiva che cerchiamo di mostrare agli altri. Costruiamo l’ego come una corazza per proteggere la nostra fragilità, così quando ci sentiamo minacciati possiamo utilizzare dei pezzi di questa nostra immagine per difenderci: “Pensi che puoi prendertela con me perché sei migliore di me in qualcosa? Beh, io sono bravo in questo e quello e faccio questa cosa meglio di te e mi vesto meglio, quindi vaffanculo, brutto stronzo, e non provare più a farmi sentire male!”. Arrivati all’adolescenza molti di noi sono pronti per diventare adulti rabbiosi ed infelici con livelli di fiducia in se stessi cronicamente bassi.

Possiamo vivere tutte le nostre vite facendoci trasportare dai nostri desideri per roba nuova, nuovi giochi, vestiti, macchine, fidanzate, case, sport estremi e carriere di cui vantarci. Ma quanto spesso la roba nuova serve davvero a migliorare qualcosa? Non molto spesso. Perché la prendi lo stesso? Perché la vuoi – hai il desiderio di possederla e questo desiderio deve essere eliminato comprando queste cose. Il desiderio è in realtà una forma di sofferenza, ti turba il fatto che non hai qualcosa, e ti fa credere con non puoi permetterti di essere felice finché non hai quella cosa.

E questo è proprio ciò che succede. Stai decidendo di costruire una convinzione che dice che non puoi permetterti di essere felice se non vengono soddisfatte le condizioni X, Y e Z. Perché vorresti mai farlo?

Ecco perché la saggezza antica dice che desiderare è soffrire. Desiderare è un contratto che stipuli con te stesso finché un insieme di condizioni specifico non è soddisfatto. Se ti riconosci in queste parole, forse è tempo di creare un nuovo contratto: forse è tempo di decidere che hai il permesso di essere felice indipendentemente da ciò che succede nel mondo esterno. Presta attenzione a questo nella tua vita di tutti i giorni e poco a poco la tua naturale felicità repressa comincerà ad emergere da dentro te stesso. Se posso farlo io, possono farlo tutti. Ero solito pensare che questo tipo di roba fosse una gran cazzata, una vuota consolazione che le persone troppo deboli per competere si inventavano in modo da evitare la depressione suicida, e nonostante tutto sono riuscito a far funzionare questa idea nella mia vita. Se posso farlo io, certamente puoi farlo anche tu. Non deve realizzarsi tutto nel giro di una notte ma accadrà poco a poco se lo permetti.

In modo da limitare le lunghezza di questo e degli altri pezzi, ho dovuto saltare alcuni dettagli molto più di quanto avrei voluto. Se qualcosa non ti sembra avere senso immediatamente, voglio tu sappia che è colpa mia per non avere scritto meglio. Non sei tu e certamente non l’informazione, che ti assicuro è ottima. E’ colpa mia, e mi dispiace. Queste sono le idee centrali che formeranno la base per i prossimi pezzi, e spero che potrai apprezzarle meglio in questo modo.

[Articolo originale: Getting What You Want Will Not Make You Happy.]

Milioni

Chi per lavoro è costretto a spostarsi verso una grande città utilizzando i mezzi pubblici ha la possibilità di sperimentare giornalmente quella sensazione scomoda, spaventosa e mentalmente faticosa che è tipica del “bagno nella folla”. All’improvviso ti trovi in mezzo a migliaia di persone, uno sciame impazzito di storie, esperienze, odori, colori, sensazioni.

E mentre la tua mente comincia ad abituarsi alla folla, ti soffermi con lo sguardo, curioso di sapere chi sono questi “colleghi pendolari”. E quasi sempre ti accorgi che si tratta di persone normalissime, non molto diverse da qualche tuo amico, da tua madre, da tuo fratello, da te stesso.

Le prime volte può essere una sensazione stravolgente, all’improvviso ti senti insignificante, omologato come sei alla massa di sconosciuti. Ma se osservata dal giusto punto di vista, questa diventa un’esperienza fondamentale: ci possiamo accorgere che, in fondo, non esistono persone veramente insostituibili. Tra i milioni di persone che popolano la metropoli, davvero non c’è nessuno che ti può far ridere come il tuo amico Mario o arrabbiare come il tuo capo o farti innamorare come la tua ragazza? Le probabilità sembrerebbero proprio dire do no.

Con questo non voglio certo dire che le tue relazioni sono senza valore, anzi. Ma è sempre utile ricordare che hai sempre la possibilità di creare nuove relazioni con con altri tra i milioni di persone che vivono intorno a te, e per questo non è giusto e non devi accettare un trattamento che non ti piace da chi ti sta vicino.

Delusion Damage: Una semplice regola spiega tutto il comportamento umano

[In questa serie, pubblico la traduzione in Italiano di alcuni articoli del sito Delusion Damage. Hanno cambiato la mia vita ed il mio modo di pensare, spero possano essere una lettura interessante anche per voi!]

Macchine per la sopravvivenza e la riproduzione – ecco cosa siamo.

Fin dall’inizio della vita sulla terra, alcune forme di vita si dimostrarono migliori di altre a sopravvivere e riprodursi, e queste forme di vita sono fiorite. Quelle che non erano altrettanto brave a sopravvivere e riprodursi persero la competizione per le risorse limitate e morirono.

Per sua natura la vita cerca sempre di espandersi e moltiplicarsi finché non viene limitata da qualcosa. Quel qualcosa è solitamente una risorsa finita:  gli uccelli che mangiano pesci possono moltiplicarsi solo fino a quando ci sono abbastanza pesci da mangiare, per esempio. Ogni forma di vita è limitata da una risorsa, tranne per quelle forme di vita che sono limitate da qualcos’altro prima che si scontrino con una scarsità di risorse. I nostri animali domestici per esempio non sono limitati dalla quantità di cibo presente in casa, ma dal fatto che controlliamo attivamente con quale frequenza si riproducono.

La maggior parte delle risorse, storicamente, è stata oggetto di competizione da parte di diverse specie. Quello che succede è che, se una di queste specie è più brava a sopravvivere e riprodursi dell’altra, gradualmente aumenta di numero fino a quando riesce a sottrarre la totalità della risorsa all’altra specie, che muore. Questo processo, chiamato selezione naturale, plasma il mondo a propria immagine: ogni specie che sopravvive oggi è naturalmente equipaggiata e favorita a sopravvivere e riprodursi, e a non sprecare energia per altro.

Anche noi siamo macchine da riproduzione e sopravvivenza. La coincidenza è che, mentre sviluppavamo modi migliori per seguire la nostra natura, abbiamo prodotto cose come la civilizzazione, la filosofia ed internet come effetti collaterali della nostra naturale inclinazione a sopravvivere e riprodurci. Da un punto di vista evoluzionario, il fatto che noi umani abbiamo sviluppato cervelli più potenti per creare tutto questo è stato un autogol. La civilizzazione ci ha fatto inquinare la Terra e costruire armi che un giorno forse useremo per annientare la nostra stessa specie. La filosofia ci ha costretto a farci domande sui nostri impulsi, a diminuire lo sforzo istintivo a sopravvivere e riprodurci e a cercare invece la felicità.

Per me e te, tuttavia, funziona. Come individui umani, non ci preoccupiamo del futuro della specie. Se il genere umano si estingue in mille o un milione di anni, non farà molta differenza nelle nostre vite. Tutto ciò che ci importa è essere felici mentre siamo qui.

L’evoluzione ci ha plasmati per stare nel meccanismo di sopravvivenza e riproduzione (S&R), lavorare per il prossimo obiettivo che migliorerà la nostra performance di S&R, e non essere mai contenti in modo permanente dei risultati ottenuti. L’organismo che sopravvive e si riproduce al meglio è quello che non smette mai di lavorare a questi obiettivi.

Ecco perché inseguire i nostri desideri naturali è un’illusione che non ci renderà mai felici. C’è chi sostiene che “seguire i nostri istinti” e “fidarci del nostro intuito” è sempre giusto, ma è abbastanza ovvio che si tratta di una dannosa illusione. Questo perché è virtualmente garantito che così facendo non troveremo mai la felicità. Invece troveremo tanta infelicità, che è parte fondamentale dei nostri istinti che ci spingono a propagare la specie.

L’autoinganno è parte integrante della nostra psicologia. In modo da diventare le più efficienti macchine da S&R possibile, la natura ci nasconde la semplice verità che ciò che vogliamo fare non è ciò che ci porterà la felicità. I nostri cervelli ci devono illudere in per farci comportare in maniere che sono dannose a noi stessi in modo da propagare la specie. E’ sempre più difficile riconoscere questi comportamenti autodistruttivi in noi stessi che negli altri, e il nostro meccanismo integrato di autoinganno ha un ruolo importante nel nasconderceli. Spesso finiamo per pensare che vogliamo ciò che vogliamo perché ci renderà felici.

Ogni emozione, ogni desiderio, ogni parte del corpo e ogni funzione che abbiamo, ce l’abbiamo perché nella storia della nostra specie ci ha aiutato a sopravvivere e/o riprodurci meglio, o è nata come effetto collaterale di qualche altra funzione che lo ha fatto. Qualsiasi cosa che non lavorasse verso questo obiettivo sarebbe stata un peso inutile dal punto di vista evoluzionario e sarebbe sparita grazie alla selezione naturale.

E’ sempre da qui che dovremmo partire quando cerchiamo di capire noi stessi e gli altri. Tutti i nostri comportamenti sono il risultato di impulsi progettati per farci riprodurre e sopravvivere meglio. Tutte le cose che vogliamo istintivamente: cibo, acqua, sonno, amici, sesso, status sociale, oggetti utili – hanno tutte valore dal punto di vista di S&R, o almeno lo avevano quando l’intera razza umana viveva in piccole tribù tra i 200.000 e i 20.000 anni fa. L’evoluzione è lenta, e non ci può rendere adatti alle condizioni moderne in soli 20mila anni. Siamo ancora in balia degli istinti che ci avrebbero aiutato a sopravvivere e riprodurci nelle tribù preistoriche.

La nostra specie è divisa in due generi: maschile e femminile. Entrambi hanno abilità e disabilità diverse. Il maschio è meglio equipaggiato per cacciare il cibo e difendere contro i predatori, ma non può fare figli. La femmina può generare figli ma non è molto ben equipaggiata per cacciare e combattere i predatori, specialmente durante la gravidanza. I due sessi possono sopravvivere e riprodursi soltanto se sono in cooperazione, con il maschio che scambia un po’ del proprio valore di sopravvivenza per un po’ del valore di riproduzione della femmina e viceversa.

Come conseguenza delle differenze nei nostri corpi, uomini e donne hanno anche differenti strategie ottimali di S&R, che hanno plasmato istinti e facoltà mentali diverse per ognuno. Alcuni istinti sono gli stessi per entrambi: dormire, mangiare, non fare a botte con i leoni, ecc., ma molti altri, specialmente quelli legati alla riproduzione, sono diversi. La strategia ottimale per il maschio è quella di fecondare il maggior numero di femmine possibili, mentre per queste ultime la strategia ottimale consiste nel farsi fecondare solo dal maschio i cui geni hanno il maggior valore di S&R per la generazione successiva, e allo stesso tempo ricavare dal maschio la maggior quantità di risorse possibili per avere cura dei figli – questi maschi ovviamente non devono essere necessariamente gli stessi che l’hanno fecondata.

Nell’ambiente naturale della nostra specie umana, la savana africana, dove le tribù vivono ancora alla stessa maniera dei nostri antenati preistorici, le strategie riproduttive del maschio e della femmina sono sempre in conflitto. Questo conflitto di interesse tra il fecondatore e la fecondata ci ha portato a sviluppare molti meccanismi mentali per ottenere il meglio dalle nostre controparti, e questi istinti sono ancora vivi e vegeti oggi, portando avanti lo sforzo che è scherzosamente conosciuto come la “guerra dei sessi”.

I nostri differenti istinti riflettono le differenze tra le strategie riproduttive maschili e femminili, e le nostre diverse facoltà mentali e modi di pensare riflettono le diverse esigenze e sfide che i nostri antenati preistorici affrontavano per sopravvivere e riprodursi.

Molte persone rifiutano il fatto che siamo tutti macchine per la sopravvivenza e la riproduzione perché pensano significhi che ogni persona è egoista e desidera solo ciò che è meglio per sé. Questa è solo una parte della verità, però. Ogni persona ha anche il desiderio naturale di aiutare gli altri quando farlo non richiede un sacrificio troppo grande. Questo perché le persone che aiutavano sopravvivevano meglio di chi non lo faceva. Nessuna persona è buona o cattiva, ognuno di noi ha in sé la spinta ad aiutare noi stessi e la spinta ad aiutare gli altri.

Quale di queste spinte domini il nostro comportamento dipende dalle circostanze. Se ci troviamo in una situazione “win/lose”, dove l’unica maniera per ottenere il risultato che desideriamo è fare del male agli altri, lo faremo. Se invece ci troviamo in una situazione “win/win”, dove possiamo cooperare con gli altri per raggiungere il risultato desiderato, questo è quello che finirà per accadere.

La domanda da un milione di dollari è, ovviamente, come possiamo discriminare in quale situazione ci troviamo. A volte è solo una o l’altra, ma la maggior parte delle situazioni può essere vista in entrambi i modi, a seconda di come le consideriamo. Puoi scegliere di risolvere i tuoi problemi in maniera distruttiva (win/lose) dove scegli di vedere gli altri come nemici da eliminare, oppure in maniera costruttiva (win/win), dove scegli di vedere gli altri come alleati con i quali cooperare.

Dalle soluzioni distruttive nascono conflitti, animosità e nemici. Dalle soluzioni costruttive invece nascono unità, pace ed amici. A parità di condizioni, la soluzione costruttiva è sempre preferibile, e infatti di solito utilizziamo soluzioni distruttive solo quando crediamo che una soluzione costruttiva non è possibile. A volte questa idea è corretta, ma molte altre volte è semplicemente un’illusione che ci danneggia portando inutili conflitti e nemici nelle nostre vite.

Il punto è che noi tutti vogliamo la stessa cosa: vivere le nostre vite con felicità e soddisfazione. Se possiamo trovare un modo per farlo in maniera costruttiva, otteniamo quella che viene chiamata un’utopia. Se non possiamo, otteniamo il conflitto e l’infelicità tipici delle azioni distruttive.

Forse una parte di quelle sofferenze è davvero inevitabile, ma la grande maggioranza è semplicemente danno da illusione che nasce dalla scelta delle persone di affidarsi a soluzioni distruttive al posto che costruttive, che darebbero beneficio sia a loro che ai “nemici” percepiti e renderebbero questi nemici degli amici. Ogni volta che ci troviamo in una situazione del genere, tutto ciò che dobbiamo fare per migliorarla è informare queste persone su quale modalità di azione è più utile, e questi tenderanno naturalmente a sceglierla.

Finisce qui la parte introduttiva agli articoli Delusion Damage. Nei prossimi tre articoli di questo mini-corso, andremo a scoprire le tre più grandi illusioni che causano enormi problemi nella nostra vita di tutti i giorni: una è personale, una è interpersonale e l’ultima è sociale.

[Articolo originale: One Simple Rule Explains All Emotions And Behavior.]

Delusion Damage: Il metodo più efficace per risolvere tutti i tuoi problemi

[In questa serie, pubblico la traduzione in Italiano di alcuni articoli del sito Delusion Damage. Hanno cambiato la mia vita ed il mio modo di pensare, spero possano essere una lettura interessante anche per voi!]

Possiamo dare la colpa delle nostre disgrazie al mondo intero, ma il problema con questa idea è che se vogliamo evitare le disgrazie dobbiamo cambiare il mondo. Invece, interpretare ogni problema come un problema di conoscenza, come abbiamo discusso prima, rende la mancanza di dati accurati l’unico vero problema. In questo modo possiamo concludere che non è il mondo a causare i tuoi problemi – sei tu.

A volte accadono cose che ci fanno soffrire sulle quali veramente non abbiamo nessun controllo. Questi avvenimenti sono però eccezionalmente rari. La maggior parte delle volte quando crediamo che la sofferenza sia capitata “per caso”, avremmo potuto fare qualcosa per prevenirla.

Per alcune persone “incolparsi di tutto” è spiacevole, ma non c’è nessun bisogno di sentirsi così. Quando pensi di essere la causa dei tuoi problemi, ottieni il potere di evitarli non cambiando il mondo ma cambiando te stesso. E questo è ottimo, perché il tuo comportamento è proprio l’unica cosa in questo mondo che puoi cambiare! Quanto inizi a prendere il controllo della tua vita assumendoti la responsabilità di ogni cosa che ti succede, puoi migliorarla in maniere che non avresti mai creduto possibili prima.

Non c’è bisogno di annunciare pubblicamente che la pensi così. Semplicemente pensa in ogni situazione cosa potresti avere fatto o potresti ancora fare per migliorarla. Quando ti abitui a pensare in questo modo comincerai naturalmente a smettere di dare la colpa agli altri ed arrabbiarti con loro per averti rovinato la vita, perché ti accorgerai che non serve a nulla: serve solo a farti sentire peggio e non sistema la situazione. L’unica maniera per sistemare la situazione è capire qual’è stata la tua parte nel problema e cambiare il tuo comportamento di conseguenza.

Scoprire che puoi scegliere di non dare la colpa agli altri per ciò che fanno è una delle realizzazioni più liberatorie che puoi avere nella tua vita, e può portarti verso un più grande percorso di miglioramento.

Ti ricordi quando, da bambino, un altro bambino al parco ti insultava e tu immediatamente ti mettevi a piangere? Se non te lo ricordi, probabilmente ti ricordi di come situazioni simili accadevano agli altri bambini.

Cosa ti dicevano di fare i tuoi genitori? Di zittire tutti gli altri bambini così che nessuno potesse più offenderti? Difficile. Più probabilmente, ti dicevano di ignorare le parole crudeli degli altri bambini e di non lasciare che abbiano questo potere su di te. Ti sarà sembrato terribilmente ingiusto al tempo, come è sembrato a me. Perché mai dovrei essere io a cambiare qualcosa quando è l’altro bambino a comportarsi male? La risposta che si spera impariamo tutti durante l’infanzia è che quando soffri, è un problema tuo. Non è un problema dell’altro bambino e tu non puoi obbligarlo a smetterla di essere cattivo, quindi devi fare esattamente quello che i tuoi genitori ti dicono: cambiare la tua reazione e impedire che delle semplici parole abbiano potere su di te.

Ed è in quel momento che inizi a capire l’incredibile verità sui sentimenti che hai avuto:

Niente nel mondo esterno ha il potere di renderti arrabbiato o nervoso. Solo tu puoi farlo. Quando senti dire qualcosa che percepisci come offensivo, in realtà stai decidendo tu di offenderti. L’altra persone non ti sta facendo arrabbiare, ti arrabbi da solo. Nessuna sequenza di parole ti può fare male, se non prendi la decisione di soffrire quando la senti. E perché mai vorresti farlo?

Quando cresciamo, impariamo che è socialmente accettabile essere agitato o arrabbiato per cose che la società ha deciso siano “veramente” offensive, mentre non è visto di buon occhio quando qualcuno si sente alla stessa maniera per cose “non veramente” offensive. E mentre cresciamo e accettiamo questa classifica di cosa è abbastanza offensivo e di cosa non lo è, dimentichiamo che abbiamo il potere di decidere per noi stessi se vogliamo arrabbiarci del tutto.

Iniziamo a credere ancora che le altre persone possono “farci arrabbiare”.

Ma la verità è che, come esseri umani intrappolati in un corpo di carne ed ossa, siamo incapaci di avere esperienza di ciò che capita nel mondo al di fuori delle nostre teste. Tutto ciò che senti, pensi, percepisci, tutto ciò di cui hai esperienza non è nient’altro che segnali elettrici e chimici nel tuo cervello. Alcuni di questi sono tradotti automaticamente dal tuo cervello: non devi “imparare” a vedere, vedi e basta. Altri hanno bisogno che tu impari ad interpretarli: quando qualcuno parla, senti automaticamente delle parole, ma hanno significato per te solo dopo che hai imparato la lingua.

Le parole che sentiamo ed il comportamento che vediamo nel nostro ambiente non hanno significato su di noi tranne che quello che abbiamo imparato ad associargli. E possiamo imparare a cambiare queste interpretazioni, proprio come abbiamo fatto da bambini al parco. Invece di pensare “questo bambino mi ha chiamato stupido, per cui mi devo sentire male” abbiamo imparato a pensare “questo bambino deve sentirsi male se ha bisogno di chiamarmi stupido, non è necessario arrabbiarsi” e questo ci ha aiutato a capire che le parole non hanno potere su di noi, e forse abbiamo anche avuto un po’ di compassione per l’altro bambino.

Allo stesso modo, abbiamo ancora quella capacità quando da adulti ci troviamo di fronte al comportamento spiacevole delle altre persone. Lo dimentichiamo mentre crescendo incominciamo ad avere un certo controllo sul nostro mondo, e cominciamo a pensare che dovremmo avere la possibilità di controllare il “comportamento inaccettabile” delle altre persone, ma non possiamo. Non possiamo impedire ai nostri colleghi di provare a fregarci la promozione, non possiamo impedire alle nostre mogli e mariti di disinnamorarsi di noi, non possiamo impedire ai nostri governi di combattere le guerre. E’ come essere tornati al parco: l’unica cosa che possiamo fare è impedire che il mondo esterno abbia il potere di controllare il nostro stato d’animo. E possiamo imparare a capire che è proprio quello che abbiamo fatto fino ad ora: abbiamo dato via quel potere. Abbiamo passato il telecomando a chiunque lo volesse prendere e detto “ecco, adesso controlli tu come mi sento e come reagisco”.  Potremmo iniziare a pensare che forse l’altro bambino al parco aveva ragione: siamo certamente stati stupidi.

Abbiamo sofferto di danno da illusione credendo che eventi esterni potessero controllare il nostro stato d’animo interno. A volte sembra proprio che abbiano questo potere e nemmeno ci accorgiamo della scelta che facciamo di accettare questa idea, ma quando smettiamo di farlo possiamo scoprire la verità: non erano gli eventi esterni che ci facevano reagire in un certo modo, eravamo noi stessi. Reagivamo nel modo che credevamo opportuno. Ma perché lo credevamo opportuno? Quando esaminiamo queste credenze spesso notiamo che non hanno nessuna buona ragione di esistere. Perché dovresti arrabbiarti per certe parole, o per ogni altro comportamento delle altre persone? La rabbia, la tristezza o i capricci ti aiutano a migliorare la situazione? Di solito, no. Piangere per le nostre sfortune di solito non ci aiuta a raggiungere quella promozione o a fare in modo che qualcuno ci ami ancora o a fermare la guerra. Il beneficio di questa reazione è zero. Il costo, invece, può essere enorme: possiamo sentirci molto arrabbiati ed essere molto infelici per molto tempo. Se davvero abbiamo una scelta, e ce l’abbiamo, perché mai dovremmo scegliere di renderci infelici quando non ci guadagniamo niente?

Ovvio che non dovremmo. L’unica domanda che ha senso è quanto possiamo evitarlo. Da bambini, non pensavamo potessimo influenzare per nulla le nostre emozioni, ma abbiamo imparato che possiamo almeno controllare la connessione tra le parole che ci dicono e le nostre reazioni. Chi di noi ha applicato questo tipo di mentalità alle altre sfortune della vita ha scoperto che possiamo controllare come ci sentiamo anche in reazione ad eventi non verbali come tradimento e perdite finanziarie.

In molti credono ancora che c’è un limite superato il quale è “accettabile” essere arrabbiato, che quando qualcosa va “abbastanza male”, hai “il diritto” di arrabbiarti. Beh, ovviamente puoi arrabbiarti per qualsiasi cosa, ma questo non ti aiuta a risolvere niente, e se hai la possibilità di non sentirti male, perché farlo? Ti dai solo la zappa sui piedi.

Possiamo essere calmi e sereni anche di fronte alle peggiori catastrofi? Gli esempi sono così rari nel nostro ambiente che in molti credono non sia possibile. Certamente ci vuole molta pratica per arrivare al punto in cui anche una grave perdita non ci disturba, ma ogni passo che possiamo fare in quella direzione diminuirà gli episodi in cui ci arrabbiamo e soffriamo. Esiste un limite oltre il quale nemmeno la pratica ci può portare? Se mai lo trovassi, ve lo farò sapere. Fino ad allora, continuerò a seguire l’esempio del maestro zen.

Proprio come noi stessi spesso causiamo i nostri problemi illudendoci che sia giusto comportarci in modi dannosi, spesso siamo la causa delle nostre emozioni spiacevoli, che nascono in noi solo perché abbiamo imparato a credere che dobbiamo reagire in una certa maniera. Quando eliminiamo l’idea che dobbiamo sentirci male in risposta a certi eventi e la sostituiamo con l’idea che gli eventi esterni non devono avere il controllo di come ci sentiamo o reagiamo, possiamo eliminare un enorme quantità di danno da illusione dalle nostre vite, perché le nostre molteplici emozioni spiacevoli sono proprio questo: sofferenza inutile che non ha nessun buon utilizzo. Pensi che il maestro Zen si senta mai male?

E’ facile capire che sei tu la causa della sofferenza emozionale nella tua vita, ma è molto più difficile integrare veramente questa idea nella tua vita ed avene beneficio tutte le volte. Ma la pratica rende perfetti, e anche se non diventi proprio perfetto almeno ti rende molto migliore, e vale veramente la pena di portare questo miglioramento nella tua vita.

Ciò che rende possibile portare cambiamenti come questo nelle nostre vite è la conoscenza di come funzionano la nostra mente e le nostre emozioni. La vecchia e famosa frase “conosci te stesso” è probabilmente il maggior concentrato di saggezza espresso in tre parole.

Nel prossimo articolo, andremo a dare un’occhiata scientifica a come noi esseri umani funzioniamo. Perché facciamo quello che facciamo? Perché siamo come siamo? Una conoscenza pratica di queste cose è estremamente importante ed utile nella vita, e come potresti aspettarti seguendo il ragionamento della prima parte di questo corso, neanche una parola di queste informazioni viene disseminata nelle nostre scuole e la maggior parte dei nostri genitori non ne sa abbastanza da poterci insegnare qualcosa.

[Articolo originale: The Most Effective Way To Solve All Your Problems.]

Il maestro Zen

Riporto una storia che ho letto qualche tempo fa in qualche angolo di Internet, così come la ricordo:

C’era una volta, in uno sperduto villaggio in Cina, un maestro Zen che dedicava le sue giornate alla meditazione. Era venerato da tutta la popolazione come un saggio, e perfino dalle più remote province cinesi venivano pellegrini a studiare gli insegnamenti di questo grande uomo.

Nello stesso villaggio, viveva anche una normale famiglia della quale faceva parte una ragazza adolescente. Un giorno i genitori scoprirono che la figlia era incinta.

Dato che a quell’epoca essere incinta prima del matrimonio era ragione di grande disonore, i genitori interrogarono la ragazza per sapere chi fosse il padre del bambino. La ragazza, messa alle strette, alla fine ammesse che il padre del bambino era il famoso maestro Zen.

A pochi giorni dal parto, i genitori della ragazza portarono il bambino al maestro, dicendo: “Maestro, questo bambino è vostro figlio, e ora dovete prendervi la responsabilità delle vostre azioni.”

Il maestro rispose semplicemente con un “Ah, è così?” e prese il bambino e lo crebbe con affetto e cura, come se fosse proprio. A causa di questo scandalo, la reputazione del saggio fu rovinata e nessun pellegrino si fermò più al tempio per imparare dal maestro.

Passò qualche mese e infine, straziata dai sensi di colpa, la giovane madre confessò ai genitori che il padre del bambino era in realtà un giovane ragazzo del villaggio.

I genitori della ragazza andarono quindi nuovamente al tempio del saggio e, dopo avere spiegato tutto,  chiesero di riavere il bambino.

Il maestro nuovamente rispose con un calmo “Ah, è così?” e consegnò il bambino ai suoi nonni.

Non è stato facile per me capire il senso di questa breve storia. All’inizio mi dava fastidio che il saggio ricevesse così, “supinamente” le false accuse che gli venivano poste. Se era innocente, perché accettare di avere la propria reputazione rovinata?

Poi, a poco a poco, dopo averci riflettuto per bene, ho cominciato a capire. Il maestro zen è un esempio per tutti noi. Non permette che eventi esterni turbino la sua calma interiore. Non se la prende per la perdita della propria reputazione perché un grande Uomo non è condizionato dall’opinione che gli altri gli riservano. Il saggio ha già dentro di sé tutta l’amore e la validazione di cui ha bisogno, è libero in questo senso: non deve appoggiarsi al supporto altrui per sentirsi bene, per avere stima di sé.

Quando gli viene affidato il neonato, lo cura con affetto come se fosse proprio e gode dell’esperienza. Allo stesso modo, quando restituisce il bambino lo fa senza provare alcun tipo di sentimento negativo. Il maestro è grande perché è focalizzato sul processo e non sul risultato finale. Non fa progetti sul futuro che avrà con il bambino ma invece spende il suo tempo fermo nel presente, godendo di ogni attimo e impegnandosi per fare il meglio e ugualmente per essere il meglio.

Nell’unica frase che dice, “Ah, è così?” il saggio dimostra di essere estraneo ma divertito dalla reazione della gente comune ad una possibile perdita di reputazione, da questi problemi che per i popolani sono enormi ma che per l’Uomo illuminato sono banali sciocchezze.

Allo stesso tempo pone un interrogativo che però non viene colto: “E’ così?” come a dire “Davvero? Siete sicuri? Che evidenza avete dei fatti?”. Evidentemente instillare questo dubbio è sufficiente, una volta prese le dovute considerazioni la famiglia avrebbe potuto arrivare autonomamente alla verità. Come si dice, Puoi condurre il cavallo all’acqua, ma non puoi obbligarlo a bere.

Siamo automi, siamo Dei

Il cane di Pavlov, illustrazione

Ultimamente mi viene spesso da pensare al famoso esperimento del cane di Pavlov. Per chi non sapesse di cosa si tratta,  riassumo brevissimamente:

Ivan Pavlov, un importante scienziato russo, stava studiando la regolazione delle ghiandole digestive. In particolare, era interessato al fenomeno della “secrezione psichica”: notò infatti che mostrando il cibo ad un animale, questo cominciava a salivare e che non appena lo stimolo visivo venisse tolto smetteva.

In un esperimento successivo che divenne poi celebre come “Il cane di Pavlov”, lo scienziato cominciò a suonare un campanello prima di dare il cibo al proprio cane. All’inizio, la salivazione dell’animale si verificava solo al momento della presentazione del cibo, ma dopo qualche tempo il cane cominciava a salivare non appena sentisse suonare il campanello.

Il cane quindi era stato condizionato a rispondere con una reazione fisica (salivare) ad uno stimolo esterno non direttamente collegato al cibo (il suono del campanello).

Questo importantissimo esperimento è valso a Pavlov il Nobel nel 1904.

Le conclusioni che possiamo trarre da questo esperimento sono abbastanza evidenti, ma permettetemi il ruolo di capitan-ovvio:  il condizionamento non è limitato solo agli animali, anzi. Come esseri umani abbiamo il più sofisticato sistema di condizionamento presente in natura.

Questo sistema è talmente integrato nella nostra realtà che nemmeno ci accorgiamo della sua presenza e dei suoi effetti.

Esattamente come il cane di Pavlov viene addestrato a salivare al solo sentire il tintinnio della campanella, anche noi abbiamo imparato fin dai primi anni della nostra vita ad associare cause a risposte secondo quanto dettato dai modelli della nostra società. Abbiamo imparato che in alcune situazioni dobbiamo arrabbiarci, in altre sentirci frustrati, preoccuparci oppure ancora sentirci bene ed essere felici, ecc…

Un’intera branca della psicologia moderna sostiene che i nostri comportamenti non sono nient’altro che le risposte che abbiamo imparato a dare ai vari stimoli esterni. I comportamentalisti accaniti sostengono che la nostra vita è una infinita serie di stimoli e reazioni, fino al giorno della morte. In pratica siamo degli automi, completamente prevedibili a patto di conoscere quali associazioni abbiamo nella nostra mente. In questa visione, il libero arbitrio è ridotto ad una pia illusione.

Personalmente credo che questa lettura del comportamento umano sia un po’ troppo semplicistica. Credo che il libero arbitrio sia proprio la caratteristica che ci definisce dagli animali. Ma – e qui viene il bello – credo che sia un diritto che esercitiamo molto raramente.

Credo che viviamo la maggior parte delle nostre ore di veglia con il “pilota automatico” acceso.  Non che questo sia necessariamente una brutta cosa: sarebbe estenuante valutare consciamente ogni piccola decisione della nostra giornata. E sarebbe ancora più estenuante monitorare ogni nostra sensazione o sentimento alla ricerca delle motivazioni nascoste per cui ci sentiamo annoiati o di buon umore. E c’è anche da dire che molto del condizionamento che abbiamo imparato è perfettamente valido e utile. (Ad esempio, siamo condizionati ad essere un po’ ansiosi prima di attraversare la strada se sentiamo il rombo di un’auto in lontananza. Questo ci permette di fermarci e controllare se sta effettivamente arrivando una macchina, potenzialmente salvandoci la vita!)

Attenzione però, perché il pilota automatico è perfettamente in grado di guidare per anni senza ricevere alcun intervento. E così ci ritroviamo un bel giorno in ufficio e scopriamo che sono già 10 anni che stiamo tutti i giorni in un posto che non ci piace a fare un lavoro che odiamo in modo da poterci permettere roba che non ci serve. E in quel singolo momento di illuminazione, finalmente ci chiediamo “Perché?” e sentiamo un nodo stringersi allo stomaco.

Ed è a quel punto che ci si presentano due scelte.

La prima è anche la più facile: tornare al comodo posto di passeggero e lasciare che il pilota automatico continui a guidare. “Certo” ci diciamo, “la mia vita non sarà perfetta, ma che ci posso fare? E poi tutti fanno come me. E devo finire di pagare il mutuo e alle 20 c’è chi vuole essere milionario su canale 5. Magari ci ripenso quando ho un po’ più di tempo.” E andremo avanti a vivere senza troppi pensieri e ogni tanto sentiremo più forte quel morso allo stomaco (che lui sì, è sempre lì) e allora ci concederemo una nuova TV o una nuova auto nella speranza di placare quel senso di vuoto.

Ma esiste sempre un’alternativa. Possiamo per una volta saltare al posto di guida, prenderci le nostre responsabilità e cominciare a decidere coscientemente che cosa fare della nostra vita. Sarà difficile e faticoso, ma possiamo affrontare di petto anni di programmazione inefficiente inflitta al nostro cervello e decidere quali saranno le nostre nuove reazioni agli stimoli che ci arrivano di giorno in giorno. Una delle cose migliori che possiamo fare, ad esempio, è decidere di essere felici sempre, e non in risposta a questo o quel successo.

Perché in fondo come esseri umani abbiamo la capacità di scegliere, di sognare, di ragionare. Ed è un peccato non usarla.