Delusion Damage: Ottenere quello che vuoi non ti renderà felice

[In questa serie, pubblico la traduzione in Italiano di alcuni articoli del sito Delusion Damage. Hanno cambiato la mia vita ed il mio modo di pensare, spero possano essere una lettura interessante anche per voi!]

Da dove arriva la felicità?

Questa è la domanda più importante che l’uomo si sia chiesto sin da quando abbiamo iniziato a scoprire la natura del nostro mondo e di noi stessi. Tutto ciò che facciamo lo facciamo per essere felici, eppure molti di noi non arrivano mai a quel traguardo.

Rincorriamo la felicità in diversi modi, il più ovvio è cercare di avere le cose che vogliamo. Molti credono che se vuoi qualcosa, deve essere perché ottenerlo ti renderà felice, e quindi vanno rincorrendo le cose che vogliono. Ricorderai dall’articolo precedente che questo è il principale trucchetto escogitato da Madre Natura per costringerci ad essere ottime macchine da sopravvivenza e riproduzione. Ricorderai anche che proprio per questa ragione questo modo di fare non ti renderà mai felice, o perfino soddisfatto, molto a lungo.

Alcune persone affrontano questo problema in modo analitico e cominciano a chiedersi cosa manca nelle loro vite per essere felici. Possono guardare gli altri e pensare “Oh, Tizio ha XYZ ed è felice e io non lo sono, perciò devo avere XYZ anche io per essere felice”. Quindi lavorano duro per raggiungere Tizio e quando si finalmente accorgono che neanche così sono felici, pensano “oh, mi sono sbagliato, è ABC che rende Tizio felice, è quello che devo avere”, ed il ciclo si ripete all’infinito. Un giorno potrebbero anche ubriacarsi e confessare a Tizio che lo invidiano, e Tizio potrebbe dir loro che neanche lui è felice, ma cerca di sembrarlo il più possibile.

Un vecchio proverbio dice:

“Ci sono due modi per essere infelici. Uno è non ottenere quello che vuoi. L’altro è ottenerlo.”

Quando non ottieni quello che vuoi, almeno hai qualcuno da incolpare per la tua infelicità. Se ottieni quello che vuoi e ti rendi conto che non sei ancora felice, allora ti sembra di impazzire. Le persone che improvvisamente ottengono ciò che vogliono, che ad esempio vincono la lotteria o realizzano il proprio desiderio di diventare una pop-star, possono avere veri problemi per questo. Tutti i giorni sentiamo di celebrità che si comportano in modo strano, esagerando con la cocaina o rasandosi la testa all’improvviso o suicidandosi in una stanza d’albergo. Ti sembra questo il comportamento di una persona felice? E’ quando le cose vanno per il meglio che puoi aspettarti il peggio se continui a pensare che qualche successo o qualche acquisto possano renderti felice.

Altri danno la colpa alle circostanze: “Se solo questa situazione non fosse così, allora sì che sarei felice”. Se questi si trovassero sdraiati in mezzo all’autostrada mentre arriva un TIR  potrebbero avere ragione, ma il più delle volte non è così e sono vittime di un’illusione. Non sarebbero molto più felici se le circostanze cambiassero, troverebbero qualcos’altro a cui dare la colpa. Queste persone vogliono solo trovare un capro espiatorio in modo da non sentirsi infelici e causa della propria infelicità. L’ironia della situazione è che, come ricorderai dal post precedente, assumersi la responsabilità per i propri problemi è proprio il primo passo per risolverli. Ma finché queste persone si rifiuteranno di farlo avranno ben poche speranze di migliorare la propria situazione. Le circostanze a cui la gente da’ la colpa per la propria infelicità possono spaziare dal dove si vive al proprio lavoro a più o meno qualsiasi cosa, comprese le altre persone. Incolpare un’altra persona o uno specifico gruppo di persone per la propria infelicità è sfortunatamente abbastanza comune e, non c’è bisogno di dirlo, è fonte di grande animosità, conflitto e sofferenza inutile.

Da dove si trae, allora, la felicità? Ci sono persone che hanno viaggiato tutt’intorno al globo per trovare una risposta a questa domanda. Nonostante ciò, la risposta ha eluso perfino molti dei più grandi pensatori della storia umana, e sono inclinato a pensare che sia perché la felicità non può essere raggiunta pensando. Non può essere comprata o mangiata o scopata o conquistata. Non può essere “ottenuta” da niente, perché niente al di fuori di te può renderti felice. La felicità può solo arrivare da dentro, e ce l’hai fin da quando sei nato.

La felicità è uno stato predefinito.

I bambini ce l’hanno quando vengono al mondo. Non hanno bisogno di “un motivo” per essere felici, semplicemente lo sono. Tranne quando c’è una emergenza immediata come ad esempio la fame o una ferita, un bambino tende naturalmente verso uno stato di felicità e serenità. La felicità è semplicemente l’assenza di sofferenza.

Questa non è una novità. E’ un’antica perla di saggezza, vecchia come il tempo, che è stata ripetuta in una innumerevole varietà di forme almeno dai tempi del Buddha, se non prima. E in qualche modo, al di sotto del velo del nostro autoinganno naturale, lo sappiamo tutti. E’ incorporato nel nostro linguaggio: la parola “infelice” implica una mancanza di felicità, che la felicità che avevi ti è stata portata via. Non diciamo che una persona povera è “in-ricca”. La diamo per scontata nei bambini, se un bambino non è felice gli chiediamo che c’è che non va. Ma non lo chiediamo agli adulti. I boscimani lo fanno. La nostra società e la nostra cultura ci hanno illusi nel credere che l’infelicità è lo stato predefinito e che in qualche modo dobbiamo conquistare la felicità. Non è vero. Siamo nati con la felicità e abbiamo semplicemente imparato a reprimerla. Basta smettere di farlo per farla riemergere. Abbiamo già tutte le “cose” che ci possono servire. Ci sono persone nei ghetti del terzo mondo che sono più felici del milionario medio. Non c’è niente che ci impedisce l’accesso alla felicità, tranne noi stessi.

Tutto ciò ti sarà anche sembrato abbastanza ovvio come passo logico successivo alla realizzazione che puoi decidere se qualcosa ti farà arrabbiare o no. In ogni caso, possiamo applicare la stessa avvertenza di prima: proprio come è difficile che diventerai calmo e sereno come il maestro zen nel giro di un giorno, difficilmente basterà uno schiocco di dita per ripristinare la tua felicità predefinita. Capire la verità sulla natura e l’origine della felicità è comunque un buon punto di partenza, ed il futuro non può che portare progresso.

Come abbiamo fatto, allora, a sfuggire alla felicità che dovrebbe già essere dentro di noi? Come abbiamo fatto a perdere ciò che avevamo alla nascita?

Pensa al motivo per cui i bambini piccoli sono felici. Cosa diresti se ti chiedessi di spiegarlo? Potresti dire che i bambini non sembrano preoccuparsi di nulla, passato o futuro, che non vogliono nulla che non hanno già, e che non si aspettano nulla dal futuro. Queste idee sono ripetute nella saggezza Buddista, che insegna che tutta la sofferenza è causata dal desiderio: il desiderio di avere qualcosa che non hai, il desiderio di modificare il passato o condizionare il futuro, il desiderio di fare in modo che le altre persone si comportino in un qualche modo sono tutti esempi di desideri che causano sofferenza. Tutti sappiamo che le persone che si preoccupano troppo dei problemi futuri sono meno felici di quelli che non se ne preoccupano, anche se hanno entrambi lo stesso problema. Non è l’esistenza di un problema futuro che fa soffrire, è l’atto stesso di preoccuparsene. Preoccuparsi è soffrire.

Entrambe le parole “volere” e “necessitare” indicano una “carenza”, che qualcosa che dovrebbe essere in tuo possesso invece ti manca. Se dici che vuoi o hai bisogno di cibo stai comunicando che il cibo deve stare nel tuo stomaco e che il tuo stomaco non è completo senza cibo, ma soffre della sua assenza. Questo è corretto perché hai bisogno di cibo per sopravvivere. Se dici che vuoi vestiti nuovi e alla moda, similarmente stai comunicando che stai soffrendo di una mancanza di vestiti, e che sei incompleto senza un nuovo abito. Questa è invece un’illusione.

Eppure è proprio di questo che ci convinciamo da bambini, ed è così che perdiamo la nostra felicità innata. Cominciamo a formare gruppi e relazioni sociali, e comunichiamo con le altre persone. Attraverso la comunicazione impariamo che non siamo autorizzati a sentirci bene o a godere dell’accettazione dei nostri pari se non possediamo i vestiti della marca giusta o se non parliamo nel modo giusto o se non guardiamo i programmi giusti in TV. E ci crediamo. Mentre tutti ci parlano di questo, diventa sempre più difficile ricordare il consiglio dei nostri genitori di non lasciare che la disapprovazione delle altre persone abbia potere su come ci sentiamo. Per cui abbocchiamo al sistema, ci compriamo i vestiti ed impariamo lo slang e assorbiamo dai mass media l’intrattenimento che a sua volta ci inculca i suoi messaggi.

Ma è tutta una menzogna. La nostra felicità non dipende da nessuna di queste cose. Anche l’approvazione dei nostri pari non dipende da esse, nonostante ci venga inviato ripetutamente e forzatamente il messaggio opposto. L’approvazione dei nostri pari dipende da qualcosa di completamente diverso, qualcosa che i giovani di ogni generazione creano con le proprie parole perchè associano le parole della generazione precedente alla vecchiaia e all’opposto della qualità che cercano di descrivere con le nuove parole. Non ho idea di quale parola venga usata nei cortili oggi, ma credo che tra le molte parole che vengono associate a questa qualità, quella che tu ed io conosciamo meglio è “fico”.

L’approvazione dei tuoi pari dipende da quanto sei “fico”, e contrariamente a quanto chi indossa un particolare tipo di abbigliamento vorrebbe farti credere in modo da sembrare più fico ai tuoi occhi, questo non dipende dal tipo di vestiti che indossi. I vestiti vanno di moda quando vengono indossati da persone fiche. Per essere fico, non c’è bisogno di comprare nulla che conformi agli standard di qualcun altro. Se sei fico, sei fico indipendentemente da ciò che indossi, e se non lo sei, indossare qualcosa di specifico non ti renderà fico. Anzi, cercare di essere fico è il metodo più sicuro per non esserlo.

Ma i bambini credono a ciò che gli viene detto, e cercano al meglio delle loro possibilità di essere “fichi”. Iniziamo a preoccuparci di essere fichi, iniziamo a riempire le nostre menti di questo desiderio, e iniziamo a perdere il nostro stato predefinito di felicità. Un grosso problema nel volere qualcosa è la paura di perderlo, o di non ottenerlo mai. La preoccupazione e la voglia e la paura sono proprio le cose che ci fanno perdere la felicità, ma quando questo accade siamo troppo giovani per realizzare cosa fare, e seguiamo tutti gli altri ed iniziamo una mastodontica catena di danno da illusione che ci farà male per gli anni a venire, forse fino al nostro ultimo giorno se non impariamo a spezzarla.

Per combattere la nostra nuova infelicità, iniziamo ad inventarci ragioni logiche per sentirci bene. “Guarda, ho questi vestiti e pratico questo sport e si dice in giro che io piaccia ad una ragazza a scuola: questo vuol dire che sono fico e posso sentirmi felice.” Iniziamo a costruire quello che è chiamato ego. La parola “ego” è utilizzata per tante cose, ma in questo caso sto parlando di quell’insieme di idee che abbiamo a proposito di noi stessi che costituiscono la nostra immagine pubblica positiva che cerchiamo di mostrare agli altri. Costruiamo l’ego come una corazza per proteggere la nostra fragilità, così quando ci sentiamo minacciati possiamo utilizzare dei pezzi di questa nostra immagine per difenderci: “Pensi che puoi prendertela con me perché sei migliore di me in qualcosa? Beh, io sono bravo in questo e quello e faccio questa cosa meglio di te e mi vesto meglio, quindi vaffanculo, brutto stronzo, e non provare più a farmi sentire male!”. Arrivati all’adolescenza molti di noi sono pronti per diventare adulti rabbiosi ed infelici con livelli di fiducia in se stessi cronicamente bassi.

Possiamo vivere tutte le nostre vite facendoci trasportare dai nostri desideri per roba nuova, nuovi giochi, vestiti, macchine, fidanzate, case, sport estremi e carriere di cui vantarci. Ma quanto spesso la roba nuova serve davvero a migliorare qualcosa? Non molto spesso. Perché la prendi lo stesso? Perché la vuoi – hai il desiderio di possederla e questo desiderio deve essere eliminato comprando queste cose. Il desiderio è in realtà una forma di sofferenza, ti turba il fatto che non hai qualcosa, e ti fa credere con non puoi permetterti di essere felice finché non hai quella cosa.

E questo è proprio ciò che succede. Stai decidendo di costruire una convinzione che dice che non puoi permetterti di essere felice se non vengono soddisfatte le condizioni X, Y e Z. Perché vorresti mai farlo?

Ecco perché la saggezza antica dice che desiderare è soffrire. Desiderare è un contratto che stipuli con te stesso finché un insieme di condizioni specifico non è soddisfatto. Se ti riconosci in queste parole, forse è tempo di creare un nuovo contratto: forse è tempo di decidere che hai il permesso di essere felice indipendentemente da ciò che succede nel mondo esterno. Presta attenzione a questo nella tua vita di tutti i giorni e poco a poco la tua naturale felicità repressa comincerà ad emergere da dentro te stesso. Se posso farlo io, possono farlo tutti. Ero solito pensare che questo tipo di roba fosse una gran cazzata, una vuota consolazione che le persone troppo deboli per competere si inventavano in modo da evitare la depressione suicida, e nonostante tutto sono riuscito a far funzionare questa idea nella mia vita. Se posso farlo io, certamente puoi farlo anche tu. Non deve realizzarsi tutto nel giro di una notte ma accadrà poco a poco se lo permetti.

In modo da limitare le lunghezza di questo e degli altri pezzi, ho dovuto saltare alcuni dettagli molto più di quanto avrei voluto. Se qualcosa non ti sembra avere senso immediatamente, voglio tu sappia che è colpa mia per non avere scritto meglio. Non sei tu e certamente non l’informazione, che ti assicuro è ottima. E’ colpa mia, e mi dispiace. Queste sono le idee centrali che formeranno la base per i prossimi pezzi, e spero che potrai apprezzarle meglio in questo modo.

[Articolo originale: Getting What You Want Will Not Make You Happy.]

Annunci

Sto diventando adrenalina-dipendente

Questo weekend ne ho combinata un’altra delle mie.

Per chi non lo sapesse, c’era il salone del mobile a Milano. E il bello di questa manifestazione non si trova certo negli stand della fiera. E’ in centro, in zona Brera o Tortona, dove dall’ora dell’aperitivo fino a notte inoltrata le strade si trasformano in un fantastico fiume umano. Si beve, si mangia, si chiacchiera e si conosce gente mentre esplori uffici e negozi trasformati in gallerie di arte moderna.

Quindi perché no, venerdì sera decido di portarci la mia bella. Ora, sono anni che ho rinunciato alla follia di cercare percheggio in centro, quindi cosa fa nostro provincialotto? Va a parcheggiare a Lampugnano e prende la metropolitana. Unico dettaglio: La metro chiude all’una di notte. E i nostri ovviamente riescono a  districarsi dal groviglio umano e raggiungere l’ingresso della metro appena dopo la partenza dell’ultimo treno…. va beh, prendiamo un taxi per il parcheggio.. tanto mica chiude di notte? E’ tutto automatico! E invece anche il parcheggio chiude all’una.

E adesso sei a Milano e devi aspettare le 6 per riscattare la macchina. E gli alberghi, dal 5 stelle che tanto non ti puoi permettere all’ostello di periferia sono tutti pieni. E il taxi per tornare a casa costerebbe 140 euro! E ovviamente non conosci nessuno che ti possa ospitare. E intanto sono le 2 di notte e i bar stanno chiudendo…

Ci sono alcune situazioni che ti mettono direttamente al confronto con le tue paure e insicurezze, siano queste più o meno giustificate. Questa era una di quelle situazioni.

Ero lì, che sudavo freddo e pensavo il mio solito oddioeadessocheccazzofaccio e nel frattempo rassicuravo la ragazza (e anche un po’ me stesso) che sarebbe andato tutto bene. Senza fare trasparire una goccia di ansia, ovviamente, perché l’Uomo deve comportarsi da tale.

E alla fine, vaffanculo, è andato veramente tutto bene. Il direttore di un ostello ha acconsentito ad ospitarci per la notte (in sala mensa, perché ovviamente tutti i letti erano occupati). E alle 6:30, ancora stanchi e assonnati, ma terribilmente sollevati, eravamo in autostrada in direzione casa.

La cosa che mi colpisce è che adesso, pensando a venerdì notte, sono quasi contento che sia successo quello che è successo. Quella sensazione, la gelida scossa di adrenalina che mi percorreva la schiena una volta realizzato che eravamo abbandonati a noi stessi, seguita dal sospiro di sollievo quando le cose hanno iniziato a riaggiustarsi… Sono questi i momenti in cui ti senti veramente vivo. Sono sensazioni che danno dipendenza.

E adesso mi trovo a fantasticare su quali altre situazioni spaventose o ansiogene posso sperimentare per mettermi alla prova. E dimostrare a me stesso che non mi manca niente, e ho la capacità di affrontare tutto. E improvvisamente, l’idea di approcciare una ragazza per strada o in un locale e fare una figuraccia o venire rifiutato sembra molto più divertente di una volta.

Citazione del giorno #4

Non devo avere paura. La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale. Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi. E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò il percorso. Là dove andrà la paura non ci sarà più nulla. Soltanto io ci sarò.

Dal film “Dune”

Chi ti sta consigliando?

3333838079_7d8c50b9e8_o

foto: Intimate domo by Armand Agasi

L’abbiamo sentita tutti quella voce nelle nostre teste. Quella voce che ci parla attraverso un morso allo stomaco, ed una sensazione di ansia o addirittura paura.

E’ la voce della nostra insicurezza. Imparare a riconoscerla è fondamentale. Ecco le frasi tipiche che ci sussurra alle orecchie:

Lascia perdere. Non ce la puoi fare, non vale nemmeno la pena di provare.

Non sei abbastanza [simpatico/bello/intelligente/interessante/…]

Cosa penseranno gli altri?

E’ al di fuori della tua portata. Sii più realistico.

Aspetta ad agire. Raccogli ancora un po’ di informazioni, attendi il momento perfetto.

Cosa fare quando il momento si presenta in cui vorremmo fare qualcosa, ma siamo bloccati da questi sentimenti negativi?

Innanzitutto bisogna distinguere se le eccezioni sollevate sono fatti o sono un’interpretazione negativa dei fatti.

Se si tratta di fatti, è sempre possibile cercare una soluzione. Se questa non esiste, allora possiamo tranquillamente lasciare perdere, senza sentirci in colpa.

Ma se si tratta solamente di un’opinione, di un’interpretazione di fatti “neutri”, dobbiamo riconoscerla per quello che è: un moto di insicurezza che cerca proteggerci da un possibile fallimento. E  andare avanti per la nostra strada.

Facciamo un esempio personale: Voglio chiedere ad una ragazza di uscire con me. Immediatamente penso che è troppo impegnata per dedicarmi tempo. Si tratta di un fatto o di un’opinione?

  • Fatto: Supponiamo che mi abbia detto che questa settimana è via per lavoro. La soluzione è abbastanza semplice, chiederò un appuntamento per la settimana prossima.
  • Opinione: Magari invece penso che una ragazza come lei non ha tempo da perdere con un tipo come me. Questa è evidentemente solo un’opinione negativa che scaturisce da una personale insicurezza (non sono degno dell’interesse di una persona speciale). Riconoscendola come tale, possiamo accantonarla. E prendere in mano il telefono 🙂

Sentire la paura ed andare avanti lo stesso

Una volta che ci abituiamo ad agire in questa maniera, due cose cominceranno a capitare:

  • Innanzitutto, cominceremo ad avere successo sia nella vita personale che in quella professionale.
  • In secondo luogo, la paura che prima sentivamo come un dolore devastante, comincerà ad affievolirsi sempre di più, fino a quando la riconosceremo semplicemente come una leggera reazione fisiologica del nostro corpo alle novità.

Uno dei miei obiettivi per questo 2011 è di fare tutti i giorni qualcosa che mi spaventa (nei limiti della legalità e della sicurezza fisica ovviamente 🙂 ). E lasciatemelo dire, funziona.

Sia nella vita personale che in quella professionale sto prendendo più rischi, sto osando, sto dicendo quella parola in più che prima mi rimaneva incastrata sulla lingua. E i risultati non tardano ad arrivare. Anche quando sbaglio clamorosamente, le lezioni che imparo vanno a formare un bagaglio che mi rende giorno per giorno un Uomo maturo, sicuro e felice.