Delusion Damage: Ottenere quello che vuoi non ti renderà felice

[In questa serie, pubblico la traduzione in Italiano di alcuni articoli del sito Delusion Damage. Hanno cambiato la mia vita ed il mio modo di pensare, spero possano essere una lettura interessante anche per voi!]

Da dove arriva la felicità?

Questa è la domanda più importante che l’uomo si sia chiesto sin da quando abbiamo iniziato a scoprire la natura del nostro mondo e di noi stessi. Tutto ciò che facciamo lo facciamo per essere felici, eppure molti di noi non arrivano mai a quel traguardo.

Rincorriamo la felicità in diversi modi, il più ovvio è cercare di avere le cose che vogliamo. Molti credono che se vuoi qualcosa, deve essere perché ottenerlo ti renderà felice, e quindi vanno rincorrendo le cose che vogliono. Ricorderai dall’articolo precedente che questo è il principale trucchetto escogitato da Madre Natura per costringerci ad essere ottime macchine da sopravvivenza e riproduzione. Ricorderai anche che proprio per questa ragione questo modo di fare non ti renderà mai felice, o perfino soddisfatto, molto a lungo.

Alcune persone affrontano questo problema in modo analitico e cominciano a chiedersi cosa manca nelle loro vite per essere felici. Possono guardare gli altri e pensare “Oh, Tizio ha XYZ ed è felice e io non lo sono, perciò devo avere XYZ anche io per essere felice”. Quindi lavorano duro per raggiungere Tizio e quando si finalmente accorgono che neanche così sono felici, pensano “oh, mi sono sbagliato, è ABC che rende Tizio felice, è quello che devo avere”, ed il ciclo si ripete all’infinito. Un giorno potrebbero anche ubriacarsi e confessare a Tizio che lo invidiano, e Tizio potrebbe dir loro che neanche lui è felice, ma cerca di sembrarlo il più possibile.

Un vecchio proverbio dice:

“Ci sono due modi per essere infelici. Uno è non ottenere quello che vuoi. L’altro è ottenerlo.”

Quando non ottieni quello che vuoi, almeno hai qualcuno da incolpare per la tua infelicità. Se ottieni quello che vuoi e ti rendi conto che non sei ancora felice, allora ti sembra di impazzire. Le persone che improvvisamente ottengono ciò che vogliono, che ad esempio vincono la lotteria o realizzano il proprio desiderio di diventare una pop-star, possono avere veri problemi per questo. Tutti i giorni sentiamo di celebrità che si comportano in modo strano, esagerando con la cocaina o rasandosi la testa all’improvviso o suicidandosi in una stanza d’albergo. Ti sembra questo il comportamento di una persona felice? E’ quando le cose vanno per il meglio che puoi aspettarti il peggio se continui a pensare che qualche successo o qualche acquisto possano renderti felice.

Altri danno la colpa alle circostanze: “Se solo questa situazione non fosse così, allora sì che sarei felice”. Se questi si trovassero sdraiati in mezzo all’autostrada mentre arriva un TIR  potrebbero avere ragione, ma il più delle volte non è così e sono vittime di un’illusione. Non sarebbero molto più felici se le circostanze cambiassero, troverebbero qualcos’altro a cui dare la colpa. Queste persone vogliono solo trovare un capro espiatorio in modo da non sentirsi infelici e causa della propria infelicità. L’ironia della situazione è che, come ricorderai dal post precedente, assumersi la responsabilità per i propri problemi è proprio il primo passo per risolverli. Ma finché queste persone si rifiuteranno di farlo avranno ben poche speranze di migliorare la propria situazione. Le circostanze a cui la gente da’ la colpa per la propria infelicità possono spaziare dal dove si vive al proprio lavoro a più o meno qualsiasi cosa, comprese le altre persone. Incolpare un’altra persona o uno specifico gruppo di persone per la propria infelicità è sfortunatamente abbastanza comune e, non c’è bisogno di dirlo, è fonte di grande animosità, conflitto e sofferenza inutile.

Da dove si trae, allora, la felicità? Ci sono persone che hanno viaggiato tutt’intorno al globo per trovare una risposta a questa domanda. Nonostante ciò, la risposta ha eluso perfino molti dei più grandi pensatori della storia umana, e sono inclinato a pensare che sia perché la felicità non può essere raggiunta pensando. Non può essere comprata o mangiata o scopata o conquistata. Non può essere “ottenuta” da niente, perché niente al di fuori di te può renderti felice. La felicità può solo arrivare da dentro, e ce l’hai fin da quando sei nato.

La felicità è uno stato predefinito.

I bambini ce l’hanno quando vengono al mondo. Non hanno bisogno di “un motivo” per essere felici, semplicemente lo sono. Tranne quando c’è una emergenza immediata come ad esempio la fame o una ferita, un bambino tende naturalmente verso uno stato di felicità e serenità. La felicità è semplicemente l’assenza di sofferenza.

Questa non è una novità. E’ un’antica perla di saggezza, vecchia come il tempo, che è stata ripetuta in una innumerevole varietà di forme almeno dai tempi del Buddha, se non prima. E in qualche modo, al di sotto del velo del nostro autoinganno naturale, lo sappiamo tutti. E’ incorporato nel nostro linguaggio: la parola “infelice” implica una mancanza di felicità, che la felicità che avevi ti è stata portata via. Non diciamo che una persona povera è “in-ricca”. La diamo per scontata nei bambini, se un bambino non è felice gli chiediamo che c’è che non va. Ma non lo chiediamo agli adulti. I boscimani lo fanno. La nostra società e la nostra cultura ci hanno illusi nel credere che l’infelicità è lo stato predefinito e che in qualche modo dobbiamo conquistare la felicità. Non è vero. Siamo nati con la felicità e abbiamo semplicemente imparato a reprimerla. Basta smettere di farlo per farla riemergere. Abbiamo già tutte le “cose” che ci possono servire. Ci sono persone nei ghetti del terzo mondo che sono più felici del milionario medio. Non c’è niente che ci impedisce l’accesso alla felicità, tranne noi stessi.

Tutto ciò ti sarà anche sembrato abbastanza ovvio come passo logico successivo alla realizzazione che puoi decidere se qualcosa ti farà arrabbiare o no. In ogni caso, possiamo applicare la stessa avvertenza di prima: proprio come è difficile che diventerai calmo e sereno come il maestro zen nel giro di un giorno, difficilmente basterà uno schiocco di dita per ripristinare la tua felicità predefinita. Capire la verità sulla natura e l’origine della felicità è comunque un buon punto di partenza, ed il futuro non può che portare progresso.

Come abbiamo fatto, allora, a sfuggire alla felicità che dovrebbe già essere dentro di noi? Come abbiamo fatto a perdere ciò che avevamo alla nascita?

Pensa al motivo per cui i bambini piccoli sono felici. Cosa diresti se ti chiedessi di spiegarlo? Potresti dire che i bambini non sembrano preoccuparsi di nulla, passato o futuro, che non vogliono nulla che non hanno già, e che non si aspettano nulla dal futuro. Queste idee sono ripetute nella saggezza Buddista, che insegna che tutta la sofferenza è causata dal desiderio: il desiderio di avere qualcosa che non hai, il desiderio di modificare il passato o condizionare il futuro, il desiderio di fare in modo che le altre persone si comportino in un qualche modo sono tutti esempi di desideri che causano sofferenza. Tutti sappiamo che le persone che si preoccupano troppo dei problemi futuri sono meno felici di quelli che non se ne preoccupano, anche se hanno entrambi lo stesso problema. Non è l’esistenza di un problema futuro che fa soffrire, è l’atto stesso di preoccuparsene. Preoccuparsi è soffrire.

Entrambe le parole “volere” e “necessitare” indicano una “carenza”, che qualcosa che dovrebbe essere in tuo possesso invece ti manca. Se dici che vuoi o hai bisogno di cibo stai comunicando che il cibo deve stare nel tuo stomaco e che il tuo stomaco non è completo senza cibo, ma soffre della sua assenza. Questo è corretto perché hai bisogno di cibo per sopravvivere. Se dici che vuoi vestiti nuovi e alla moda, similarmente stai comunicando che stai soffrendo di una mancanza di vestiti, e che sei incompleto senza un nuovo abito. Questa è invece un’illusione.

Eppure è proprio di questo che ci convinciamo da bambini, ed è così che perdiamo la nostra felicità innata. Cominciamo a formare gruppi e relazioni sociali, e comunichiamo con le altre persone. Attraverso la comunicazione impariamo che non siamo autorizzati a sentirci bene o a godere dell’accettazione dei nostri pari se non possediamo i vestiti della marca giusta o se non parliamo nel modo giusto o se non guardiamo i programmi giusti in TV. E ci crediamo. Mentre tutti ci parlano di questo, diventa sempre più difficile ricordare il consiglio dei nostri genitori di non lasciare che la disapprovazione delle altre persone abbia potere su come ci sentiamo. Per cui abbocchiamo al sistema, ci compriamo i vestiti ed impariamo lo slang e assorbiamo dai mass media l’intrattenimento che a sua volta ci inculca i suoi messaggi.

Ma è tutta una menzogna. La nostra felicità non dipende da nessuna di queste cose. Anche l’approvazione dei nostri pari non dipende da esse, nonostante ci venga inviato ripetutamente e forzatamente il messaggio opposto. L’approvazione dei nostri pari dipende da qualcosa di completamente diverso, qualcosa che i giovani di ogni generazione creano con le proprie parole perchè associano le parole della generazione precedente alla vecchiaia e all’opposto della qualità che cercano di descrivere con le nuove parole. Non ho idea di quale parola venga usata nei cortili oggi, ma credo che tra le molte parole che vengono associate a questa qualità, quella che tu ed io conosciamo meglio è “fico”.

L’approvazione dei tuoi pari dipende da quanto sei “fico”, e contrariamente a quanto chi indossa un particolare tipo di abbigliamento vorrebbe farti credere in modo da sembrare più fico ai tuoi occhi, questo non dipende dal tipo di vestiti che indossi. I vestiti vanno di moda quando vengono indossati da persone fiche. Per essere fico, non c’è bisogno di comprare nulla che conformi agli standard di qualcun altro. Se sei fico, sei fico indipendentemente da ciò che indossi, e se non lo sei, indossare qualcosa di specifico non ti renderà fico. Anzi, cercare di essere fico è il metodo più sicuro per non esserlo.

Ma i bambini credono a ciò che gli viene detto, e cercano al meglio delle loro possibilità di essere “fichi”. Iniziamo a preoccuparci di essere fichi, iniziamo a riempire le nostre menti di questo desiderio, e iniziamo a perdere il nostro stato predefinito di felicità. Un grosso problema nel volere qualcosa è la paura di perderlo, o di non ottenerlo mai. La preoccupazione e la voglia e la paura sono proprio le cose che ci fanno perdere la felicità, ma quando questo accade siamo troppo giovani per realizzare cosa fare, e seguiamo tutti gli altri ed iniziamo una mastodontica catena di danno da illusione che ci farà male per gli anni a venire, forse fino al nostro ultimo giorno se non impariamo a spezzarla.

Per combattere la nostra nuova infelicità, iniziamo ad inventarci ragioni logiche per sentirci bene. “Guarda, ho questi vestiti e pratico questo sport e si dice in giro che io piaccia ad una ragazza a scuola: questo vuol dire che sono fico e posso sentirmi felice.” Iniziamo a costruire quello che è chiamato ego. La parola “ego” è utilizzata per tante cose, ma in questo caso sto parlando di quell’insieme di idee che abbiamo a proposito di noi stessi che costituiscono la nostra immagine pubblica positiva che cerchiamo di mostrare agli altri. Costruiamo l’ego come una corazza per proteggere la nostra fragilità, così quando ci sentiamo minacciati possiamo utilizzare dei pezzi di questa nostra immagine per difenderci: “Pensi che puoi prendertela con me perché sei migliore di me in qualcosa? Beh, io sono bravo in questo e quello e faccio questa cosa meglio di te e mi vesto meglio, quindi vaffanculo, brutto stronzo, e non provare più a farmi sentire male!”. Arrivati all’adolescenza molti di noi sono pronti per diventare adulti rabbiosi ed infelici con livelli di fiducia in se stessi cronicamente bassi.

Possiamo vivere tutte le nostre vite facendoci trasportare dai nostri desideri per roba nuova, nuovi giochi, vestiti, macchine, fidanzate, case, sport estremi e carriere di cui vantarci. Ma quanto spesso la roba nuova serve davvero a migliorare qualcosa? Non molto spesso. Perché la prendi lo stesso? Perché la vuoi – hai il desiderio di possederla e questo desiderio deve essere eliminato comprando queste cose. Il desiderio è in realtà una forma di sofferenza, ti turba il fatto che non hai qualcosa, e ti fa credere con non puoi permetterti di essere felice finché non hai quella cosa.

E questo è proprio ciò che succede. Stai decidendo di costruire una convinzione che dice che non puoi permetterti di essere felice se non vengono soddisfatte le condizioni X, Y e Z. Perché vorresti mai farlo?

Ecco perché la saggezza antica dice che desiderare è soffrire. Desiderare è un contratto che stipuli con te stesso finché un insieme di condizioni specifico non è soddisfatto. Se ti riconosci in queste parole, forse è tempo di creare un nuovo contratto: forse è tempo di decidere che hai il permesso di essere felice indipendentemente da ciò che succede nel mondo esterno. Presta attenzione a questo nella tua vita di tutti i giorni e poco a poco la tua naturale felicità repressa comincerà ad emergere da dentro te stesso. Se posso farlo io, possono farlo tutti. Ero solito pensare che questo tipo di roba fosse una gran cazzata, una vuota consolazione che le persone troppo deboli per competere si inventavano in modo da evitare la depressione suicida, e nonostante tutto sono riuscito a far funzionare questa idea nella mia vita. Se posso farlo io, certamente puoi farlo anche tu. Non deve realizzarsi tutto nel giro di una notte ma accadrà poco a poco se lo permetti.

In modo da limitare le lunghezza di questo e degli altri pezzi, ho dovuto saltare alcuni dettagli molto più di quanto avrei voluto. Se qualcosa non ti sembra avere senso immediatamente, voglio tu sappia che è colpa mia per non avere scritto meglio. Non sei tu e certamente non l’informazione, che ti assicuro è ottima. E’ colpa mia, e mi dispiace. Queste sono le idee centrali che formeranno la base per i prossimi pezzi, e spero che potrai apprezzarle meglio in questo modo.

[Articolo originale: Getting What You Want Will Not Make You Happy.]

Delusion Damage: Una semplice regola spiega tutto il comportamento umano

[In questa serie, pubblico la traduzione in Italiano di alcuni articoli del sito Delusion Damage. Hanno cambiato la mia vita ed il mio modo di pensare, spero possano essere una lettura interessante anche per voi!]

Macchine per la sopravvivenza e la riproduzione – ecco cosa siamo.

Fin dall’inizio della vita sulla terra, alcune forme di vita si dimostrarono migliori di altre a sopravvivere e riprodursi, e queste forme di vita sono fiorite. Quelle che non erano altrettanto brave a sopravvivere e riprodursi persero la competizione per le risorse limitate e morirono.

Per sua natura la vita cerca sempre di espandersi e moltiplicarsi finché non viene limitata da qualcosa. Quel qualcosa è solitamente una risorsa finita:  gli uccelli che mangiano pesci possono moltiplicarsi solo fino a quando ci sono abbastanza pesci da mangiare, per esempio. Ogni forma di vita è limitata da una risorsa, tranne per quelle forme di vita che sono limitate da qualcos’altro prima che si scontrino con una scarsità di risorse. I nostri animali domestici per esempio non sono limitati dalla quantità di cibo presente in casa, ma dal fatto che controlliamo attivamente con quale frequenza si riproducono.

La maggior parte delle risorse, storicamente, è stata oggetto di competizione da parte di diverse specie. Quello che succede è che, se una di queste specie è più brava a sopravvivere e riprodursi dell’altra, gradualmente aumenta di numero fino a quando riesce a sottrarre la totalità della risorsa all’altra specie, che muore. Questo processo, chiamato selezione naturale, plasma il mondo a propria immagine: ogni specie che sopravvive oggi è naturalmente equipaggiata e favorita a sopravvivere e riprodursi, e a non sprecare energia per altro.

Anche noi siamo macchine da riproduzione e sopravvivenza. La coincidenza è che, mentre sviluppavamo modi migliori per seguire la nostra natura, abbiamo prodotto cose come la civilizzazione, la filosofia ed internet come effetti collaterali della nostra naturale inclinazione a sopravvivere e riprodurci. Da un punto di vista evoluzionario, il fatto che noi umani abbiamo sviluppato cervelli più potenti per creare tutto questo è stato un autogol. La civilizzazione ci ha fatto inquinare la Terra e costruire armi che un giorno forse useremo per annientare la nostra stessa specie. La filosofia ci ha costretto a farci domande sui nostri impulsi, a diminuire lo sforzo istintivo a sopravvivere e riprodurci e a cercare invece la felicità.

Per me e te, tuttavia, funziona. Come individui umani, non ci preoccupiamo del futuro della specie. Se il genere umano si estingue in mille o un milione di anni, non farà molta differenza nelle nostre vite. Tutto ciò che ci importa è essere felici mentre siamo qui.

L’evoluzione ci ha plasmati per stare nel meccanismo di sopravvivenza e riproduzione (S&R), lavorare per il prossimo obiettivo che migliorerà la nostra performance di S&R, e non essere mai contenti in modo permanente dei risultati ottenuti. L’organismo che sopravvive e si riproduce al meglio è quello che non smette mai di lavorare a questi obiettivi.

Ecco perché inseguire i nostri desideri naturali è un’illusione che non ci renderà mai felici. C’è chi sostiene che “seguire i nostri istinti” e “fidarci del nostro intuito” è sempre giusto, ma è abbastanza ovvio che si tratta di una dannosa illusione. Questo perché è virtualmente garantito che così facendo non troveremo mai la felicità. Invece troveremo tanta infelicità, che è parte fondamentale dei nostri istinti che ci spingono a propagare la specie.

L’autoinganno è parte integrante della nostra psicologia. In modo da diventare le più efficienti macchine da S&R possibile, la natura ci nasconde la semplice verità che ciò che vogliamo fare non è ciò che ci porterà la felicità. I nostri cervelli ci devono illudere in per farci comportare in maniere che sono dannose a noi stessi in modo da propagare la specie. E’ sempre più difficile riconoscere questi comportamenti autodistruttivi in noi stessi che negli altri, e il nostro meccanismo integrato di autoinganno ha un ruolo importante nel nasconderceli. Spesso finiamo per pensare che vogliamo ciò che vogliamo perché ci renderà felici.

Ogni emozione, ogni desiderio, ogni parte del corpo e ogni funzione che abbiamo, ce l’abbiamo perché nella storia della nostra specie ci ha aiutato a sopravvivere e/o riprodurci meglio, o è nata come effetto collaterale di qualche altra funzione che lo ha fatto. Qualsiasi cosa che non lavorasse verso questo obiettivo sarebbe stata un peso inutile dal punto di vista evoluzionario e sarebbe sparita grazie alla selezione naturale.

E’ sempre da qui che dovremmo partire quando cerchiamo di capire noi stessi e gli altri. Tutti i nostri comportamenti sono il risultato di impulsi progettati per farci riprodurre e sopravvivere meglio. Tutte le cose che vogliamo istintivamente: cibo, acqua, sonno, amici, sesso, status sociale, oggetti utili – hanno tutte valore dal punto di vista di S&R, o almeno lo avevano quando l’intera razza umana viveva in piccole tribù tra i 200.000 e i 20.000 anni fa. L’evoluzione è lenta, e non ci può rendere adatti alle condizioni moderne in soli 20mila anni. Siamo ancora in balia degli istinti che ci avrebbero aiutato a sopravvivere e riprodurci nelle tribù preistoriche.

La nostra specie è divisa in due generi: maschile e femminile. Entrambi hanno abilità e disabilità diverse. Il maschio è meglio equipaggiato per cacciare il cibo e difendere contro i predatori, ma non può fare figli. La femmina può generare figli ma non è molto ben equipaggiata per cacciare e combattere i predatori, specialmente durante la gravidanza. I due sessi possono sopravvivere e riprodursi soltanto se sono in cooperazione, con il maschio che scambia un po’ del proprio valore di sopravvivenza per un po’ del valore di riproduzione della femmina e viceversa.

Come conseguenza delle differenze nei nostri corpi, uomini e donne hanno anche differenti strategie ottimali di S&R, che hanno plasmato istinti e facoltà mentali diverse per ognuno. Alcuni istinti sono gli stessi per entrambi: dormire, mangiare, non fare a botte con i leoni, ecc., ma molti altri, specialmente quelli legati alla riproduzione, sono diversi. La strategia ottimale per il maschio è quella di fecondare il maggior numero di femmine possibili, mentre per queste ultime la strategia ottimale consiste nel farsi fecondare solo dal maschio i cui geni hanno il maggior valore di S&R per la generazione successiva, e allo stesso tempo ricavare dal maschio la maggior quantità di risorse possibili per avere cura dei figli – questi maschi ovviamente non devono essere necessariamente gli stessi che l’hanno fecondata.

Nell’ambiente naturale della nostra specie umana, la savana africana, dove le tribù vivono ancora alla stessa maniera dei nostri antenati preistorici, le strategie riproduttive del maschio e della femmina sono sempre in conflitto. Questo conflitto di interesse tra il fecondatore e la fecondata ci ha portato a sviluppare molti meccanismi mentali per ottenere il meglio dalle nostre controparti, e questi istinti sono ancora vivi e vegeti oggi, portando avanti lo sforzo che è scherzosamente conosciuto come la “guerra dei sessi”.

I nostri differenti istinti riflettono le differenze tra le strategie riproduttive maschili e femminili, e le nostre diverse facoltà mentali e modi di pensare riflettono le diverse esigenze e sfide che i nostri antenati preistorici affrontavano per sopravvivere e riprodursi.

Molte persone rifiutano il fatto che siamo tutti macchine per la sopravvivenza e la riproduzione perché pensano significhi che ogni persona è egoista e desidera solo ciò che è meglio per sé. Questa è solo una parte della verità, però. Ogni persona ha anche il desiderio naturale di aiutare gli altri quando farlo non richiede un sacrificio troppo grande. Questo perché le persone che aiutavano sopravvivevano meglio di chi non lo faceva. Nessuna persona è buona o cattiva, ognuno di noi ha in sé la spinta ad aiutare noi stessi e la spinta ad aiutare gli altri.

Quale di queste spinte domini il nostro comportamento dipende dalle circostanze. Se ci troviamo in una situazione “win/lose”, dove l’unica maniera per ottenere il risultato che desideriamo è fare del male agli altri, lo faremo. Se invece ci troviamo in una situazione “win/win”, dove possiamo cooperare con gli altri per raggiungere il risultato desiderato, questo è quello che finirà per accadere.

La domanda da un milione di dollari è, ovviamente, come possiamo discriminare in quale situazione ci troviamo. A volte è solo una o l’altra, ma la maggior parte delle situazioni può essere vista in entrambi i modi, a seconda di come le consideriamo. Puoi scegliere di risolvere i tuoi problemi in maniera distruttiva (win/lose) dove scegli di vedere gli altri come nemici da eliminare, oppure in maniera costruttiva (win/win), dove scegli di vedere gli altri come alleati con i quali cooperare.

Dalle soluzioni distruttive nascono conflitti, animosità e nemici. Dalle soluzioni costruttive invece nascono unità, pace ed amici. A parità di condizioni, la soluzione costruttiva è sempre preferibile, e infatti di solito utilizziamo soluzioni distruttive solo quando crediamo che una soluzione costruttiva non è possibile. A volte questa idea è corretta, ma molte altre volte è semplicemente un’illusione che ci danneggia portando inutili conflitti e nemici nelle nostre vite.

Il punto è che noi tutti vogliamo la stessa cosa: vivere le nostre vite con felicità e soddisfazione. Se possiamo trovare un modo per farlo in maniera costruttiva, otteniamo quella che viene chiamata un’utopia. Se non possiamo, otteniamo il conflitto e l’infelicità tipici delle azioni distruttive.

Forse una parte di quelle sofferenze è davvero inevitabile, ma la grande maggioranza è semplicemente danno da illusione che nasce dalla scelta delle persone di affidarsi a soluzioni distruttive al posto che costruttive, che darebbero beneficio sia a loro che ai “nemici” percepiti e renderebbero questi nemici degli amici. Ogni volta che ci troviamo in una situazione del genere, tutto ciò che dobbiamo fare per migliorarla è informare queste persone su quale modalità di azione è più utile, e questi tenderanno naturalmente a sceglierla.

Finisce qui la parte introduttiva agli articoli Delusion Damage. Nei prossimi tre articoli di questo mini-corso, andremo a scoprire le tre più grandi illusioni che causano enormi problemi nella nostra vita di tutti i giorni: una è personale, una è interpersonale e l’ultima è sociale.

[Articolo originale: One Simple Rule Explains All Emotions And Behavior.]

Per correre, devi gettare le stampelle

 

[Stampelle]

door, clay walls, and crutches by Jess J

Lo scorso sabato ho avuto una delle serate più divertenti della mia vita.

Una di quelle rare occasioni nelle quali hai la possibilità di creare tante di nuove amicizie e di “connettere” con persone che fino a qualche minuto prima erano dei perfetti sconosciuti.

Una di quelle serate nelle quali le cose non vanno secondo i piani ma alla fine era meglio così (sembra tanto il verso di una canzone di Vasco 🙂 ).

Una di quelle esperienze che ti fanno sentire vivo per la prima volta dopo tanto tempo.

Tanti sono stati i momenti memorabili e a volta incredibili che si sono succeduti nelle poche ore comprese tra sabato sera e domenica mattina, ma non avrebbe senso discuterne qui. Quello che invece mi sento di sottolineare come punto chiave della serata è il fatto che sono uscito senza il mio gruppo di amici.

E nonostante non conoscessi praticamente nessuno, invece di comportarmi come “quel ragazzo timido e riservato” (caratteristiche che credevo fossero mie innate e immodificabili), posso dire senza falsa modestia di essere stato certamente tra le persone più amichevoli, simpatiche ed espansive del gruppo che mi sono trovato a “capitanare”.

E’ stato solo nei giorni successivi, mentre raccontavo ai miei amici tutti i dettagli della serata, che mi sono reso conto di quanto la loro mancanza mi abbia obbligato ad esprimere tutto il carattere ed il carisma che non sapevo nemmeno di avere.

Quando mi sono trovato a non poter contare su personalità più forti di me da utilizzare come “stampella sociale“, ecco che la mia stessa personalità ha naturalmente ricoperto il ruolo che ho sempre delegato ad altri.

In effetti non è la prima volta che capita. Ricordo ancora con immenso piacere una vacanza che ho trascorso da solo in un paese estero: doveva essere una vacanza con un amico, ma a causa di un imprevisto dell’ultimo momento mi sono trovato a partire da solo.

Inutile dire che è stata una delle più belle esperienze della mia vita, nella quale ho avuto la possibilità di stringere nuove amicizie (alcune delle quali durano ancora oggi) e di provare a me stesso il mio valore di uomo.

Morale della favola: Per correre, bisogna imparare a fare a meno delle stampelle. All’inizio sembra scomodo e forse anche un po’ spaventoso, ma nel giro di poco tempo ci troveremo a chiederci come abbiamo fatto a vivere per tanto tempo senza mai correre.

Morale #2: Essere da solo non significa assolutamente essere solo 🙂